sabato, febbraio 02, 2008

Su Olindo e Rosa le opinioni di Eugenia Tognotti ed Elena Loewenthal

Testi e foto in www.marellagiovannelli.com (Sez. Mara Malda)

Tra i tanti articoli letti in questi giorni su Olindo e Rosa ne ho scelti due, uno di Eugenia Tognotti e l'altro di Elena Loewenthal. Le loro opinioni rispecchiano il turbamento di tutti ed aiutano a capire le ragioni di un disagio difficile da capire e ancora più difficile da spiegare.

Olindo e Rosa, l’Italia oggi di Eugenia Tognotti (La Nuova Sardegna).
A vederla in televisione, la coppia assassina della porta accanto - Olindo e Rosa - chiusi nella stessa gabbia a guardare il mondo oltre le sbarre, si stenta a credere che davvero siano loro gli autori della carneficina di Erba. Le due belve che, in una sera d’inverno, armati di coltelli e di una «spranghetta» - incongruo diminutivo usato dall’uomo per indicare l’arma del delitto - avrebbero massacrato tre donne, ridotto in fin di vita il marito di una di loro, tagliato la gola ad un bambino di appena due anni, con futile bestialità. E tutto perché quei vicini rumorosi e festaioli gli disturbavano il sonno. A far riflettere è proprio la «normalità» di quella coppia, delle immagini del cortile, della casa, del condominio che ha fatto da sfondo ad una tra le piú clamorose, efferate e inspiegabili stragi familiari del dopoguerra, in cui emerge il sospetto e l’intolleranza per i nuovi «vicini nemici», gli extracomunitari. Colpisce la geografia di una brutale serie di vicende di sangue e follia - concentrata nel ricco, ordinato e produttivo Nord - dal quieto entroterra di Como a Novi Ligure, a Brescia e, ultimo in ordine di tempo, Castelfranco Veneto. S’impone l’orrore che si nasconde in persone «normali», sospese lungo il crinale di una vita piatta, vuota, chiusa agli altri. E lo stridente contrasto tra l’ordine e la serenità apparenti di tanti ridenti paesi e la profonda sensazione di solitudine e paura che emerge da recenti sanguinosi fatti di cronaca: l’ex studente universitario, mite e beneducato che, a Brescia, uccide barbaramente e fa a pezzi gli zii coinquilini e ne dissemina i resti in Val Camonica; e, ancora, il laborioso falegname di Castelfranco Veneto, descritto dai vicini come un «tipo tranquillo», una vita normale, tutto lavoro, casa e palestra che sequestra la figlia di un ricco notaio, la uccide, la fa a pezzi e la richiude in buste di plastica, avendo cura di non sporcare l’ordinatissimo garage. Forse non è un caso che il nero all’italiana, le storie di sangue di casa nostra, si snodino sempre più spesso in questa parte del Paese. E che raccontino il malessere di una società sempre più aggomitolata attorno al disagio, specialmente in alcune aree, interessate da un processo di trasformazione che non è solo economico, territoriale, ma anche e soprattutto di identità, un tempo argine fondamentale alla mancanza di solidarietà e alla perdita di valori. Delitti familiari, violenza, cronaca nera hanno enfatizzato la percezione del pericolo e moltiplicato l’allarme sociale. Ma siamo davvero di fronte - noi contemporanei - ad un’inedita e raccapricciante qualità del male? O non sarà che a questa angosciosa percezione di un salto di qualità contribuisce, anche, l’amplificazione della violenza, diventata materia prima quotidiana di un sistema mediatico cresciuto in maniera abnorme? Ogni stilla di sangue su pavimenti, scarpe, indumenti è fotografata, ingrandita e mostrata infinite volte. Altro che il sangue «raccontato» dai cantastorie siciliani che hanno portato, per secoli, in giro per le piazze la triste storia della baronessa di Carini - uccisa dal padre nel 1563 per motivi d’onore («Lu primu corpu la donna cadiu/ l’appressu corpu la donna muriu/ Nu corpu a lu cori / nu corpu’ntra li rini, povera Barunissa di Carini»).

Una sinistra favola d'amore di Elena Loewenthal (La Stampa).

Una mano dentro l’altra. Seduti appena discosti, per potersi guardare a vicenda. Dietro le sbarre della gabbia Rosa e Olindo si toccano, dopo mesi di forzata lontananza. Lei mostra le spalle, lui fissa l’obiettivo con un’aria un po’ incantata e un po’ di sfida. Ogni tanto gli trapela quasi un’ombra di sorriso. È questa l’immagine più forte che per ora ci consegna il processo di Erba: le facce di un uomo e una donna che si vogliono bene da più di vent’anni e non si vedono da alcuni mesi. Come per far dispetto al trambusto mediatico annunciato, agli spettatori in coda, ansiosi di rivedere la terrificante scena del delitto, altro che le effusioni di un’attempata coppia.
Rosa e Olindo spiazzano, con la loro composta dolcezza. Se non fosse che sono lì, dietro le sbarre di quella gabbia e di quella terribile imputazione comune, farebbero tenerezza. Persino una specie di invidia. Quando mai ci si ama più così, di questi tempi? Per tenersi mano nella mano, dopo tanto tempo già vissuto insieme sotto lo stesso tetto, lungo le stesse giornate? L’amore di oggi ha piuttosto la faccia di due attori magistralmente immedesimati in due personaggi che fanno sesso quasi con rabbia, quasi da sconosciuti. Invece Rosa e Olindo si conoscono da una vita, ma soprattutto non conoscono altra vita se non insieme. Tanto da costruirsene una, di vita, che fosse il più possibile isolata dal mondo esterno, impermeabile persino alla polvere che Rosa scacciava di casa con igiene maniacale. Perché tutto, dalla polvere ai rumori, era un intruso fra loro due. Di fronte all’instabilità che è la vera cifra di questo presente in cui ci si ama a scadenza e ci si separa con leggerezza, in assenza di gravità sentimentale, Rosa e Olindo rappresentano un’eccezione clamorosa. Che grida la nostra inettitudine ad amare in un modo totale ed esclusivo, l’inguaribile approssimazione dei nostri rapporti umani. Se non che, la specie di tenerezza condita di vaga invidia che ispira l’immagine di quei due mano nella mano, si scontra inevitabilmente con la realtà del delitto di cui sono accusati. Con l’evidenza del grano di follia che ci vuole per vivere così, amandosi fuori dal mondo e dentro il proprio. Come se non esistesse nulla d’altro, a questo mondo. La favola è troppo bella per non diventare un incubo. Per loro due, presunti colpevoli di una strage presumibilmente consumata in nome della propria intimità. Un po’ anche per noi, costretti nostro malgrado a confrontarci con questo sinistro copione dell’amore in cui bene e male, dolcezza e crudeltà, si incontrano. È arduo da accettare, il gioco degli estremi che si toccano fino a combaciare: da una parte il sentimento più desiderato e indecifrabile che ci sia. Dall’altra una disponibilità all’odio così totale da uccidere, e così tanto e in quel modo tremendo. Mano nella mano, Rosa e Olindo custodiscono il mistero del loro amore sconfinato. A noi lasciano il conforto, anzi la certezza, che esiste un altro modo di volersi bene, di toccarsi e guardarsi negli occhi, con il mondo intorno a sé.

giovedì, gennaio 24, 2008

Berlusconi Cucù da Emilio Fede su Prodi Caduto

Testo e foto in www.marellagiovannelli.com

Autentica o finta che sia, è stata comunque esilarante la gongolante sorpresa dipinta sul volto di Emilio Fede che, già euforico, annunciava alla “finestra” del Tg4 la caduta del Governo Prodi. Subito dopo, per un commento a caldo, si è collegato in diretta telefonica con il Senatore Schifani, magicamente trasformatosi in Silvio Berlusconi. Il Cavaliere, nel giro di un nano-secondo, ha convinto il Direttore di essere proprio lui e non la sua imitazione. “Intercettando” il previsto collegamento telefonico con Schifani, il fulmineo e fulminante Berlusconi è riuscito a regalare il primo commento sul Prodi Caduto all’amico Emilio, felice “vittima” del presunto scherzo e/o della probabile sceneggiata.

Le trash-gambe di Madonna battono le bufale marziane smantellate dal Daily Mail

Testo e foto in http://www.marellagiovannelli.com/ (sez. Mara Malda)

Sul Daily Mail le gambe gonfie, pallide e pelose di Madonna battono le bufale marziane. Nelle foto pubblicate dal popolare tabloid britannico la realtà degli stinchi in disarmo di lady Ciccone supera la fantasia della figurina verde presunta aliena appollaiata su una roccia di Marte. In questi giorni, dal sito ufficiale della Nasa è rimbalzata in tutto il mondo l’immagine della “sirenetta marziana”, ripresa dalla sonda spaziale Spirit.
Secondo alcuni esperti, intervistati proprio dal Daily Mail, si tratterebbe non di un alieno, ma di un tipico caso di pareidolia, un’illusione subcosciente, insita nel nostro cervello, la quale tende a ricondurre a forme conosciute oggetti e profili naturali (oppure artificiali) in un contesto casuale. E’ una tendenza istintiva e automatica, un’associazione che si manifesta in special modo verso le figure e le facce, in presenza di determinati giochi di luce, ombre e prospettive.
Classici esempi sono la visione di animali o visi umani nelle nuvole, la visione di un volto nella luna oppure l'associazione di immagini alle costellazioni. La pareidolia consente spesso di dare una spiegazione razionale a fenomeni paranormali, quali le apparizioni di immagini su muri o la comparsa di "fantasmi" in fotografie. Un precedente famoso, sempre su Marte, filmato dalla sonda Viking 1, aveva la forma di un volto impresso in una formazione rocciosa.
Innumerevoli i casi di pareidolia applicati a Gesù e alla Vergine “apparsi” anche in luoghi assai poco mistici come un bastoncino di pesce e un toast. Ridotta ad un’illusione da pareidolia, la solitaria e verdastra figurina su Marte, desta meno inquietudine delle impietose ma reali immagini di Madonna, fotografata l’altra sera mentre usciva dal Claridge's Hotel in pieno centro a Londra. E il dissacrante Daily Mail ha paragonato, con tanto di accostamento fotografico, le trash-gambe della famosa cantante, disseminate di peli, vene varicose e bozzi, a quelle di Nora Batty, protagonista di una popolare fiction inglese.

martedì, gennaio 22, 2008

Un tranquillo week-end... senza paura ma con 5 squali a Tavolara, già regno di Moby Dick

Testo e foto in www.marellagiovannelli.com (sez. Mara Malda)

Nelle giornate di sabato 19 e domenica 20 gennaio sono stati avvistati ben 5 esemplari di squalo elefante (Cetorhinus maximus), nel versante nord dell’isola di Tavolara. Le segnalazioni, tempestivamente inoltrate alla Guardia Costiera e all’AMP di Tavolara Punta Coda Cavallo, hanno consentito l’attivazione di una rete di rilevatori nell’ambito del Progetto Marinet, per la salvaguardia e il recupero della fauna marina.
I ricercatori del CRiMM (Centro Ricerca Mammiferi Marini) hanno avvistato solo 3 gruppi di delfini. Più fortunato il naturalista Egidio Trainito che, come testimoniano le foto, è riuscito ad osservare e filmare uno squalo elefante nei pressi dell’imbarcazione. Gli altri quattro esemplari sono stati avvistati da Riccardo Inzaina, Tonino Bua e Sergio Pisano del Centro Sub Astrea. Per Francesca Magnone, biologa del CRiMM, questa specie è comune nel Mediterraneo; compie migrazioni stagionali nelle acque più fredde in primavera-estate ma si conosce poco dei suoi spostamenti invernali.
Lo squalo elefante in Sardegna è conosciuto anche con il nome dialettale di “canisca”. Colore grigio, più scuro sul dorso, spesso presenta chiazze e bande bianche sul muso e sul ventre. Gli adulti raggiungono in media circa 10 m di lunghezza. Possiede 5 fessure branchiali molto lunghe ed è caratterizzato dalla forma particolare del muso conico e allungato (rivolto all’insù nei giovani) e dalla grande bocca che tiene spalancata mentre nuota lentamente per filtrare il plancton di cui si nutre grazie alle numerosissime appendici cornee filiformi chiamate “branchiospine”. Spesso si avvicina alle coste per alimentarsi, solitario o in gruppo, ed è facile avvistare la pinna dorsale, alta e triangolare, e la caudale che escono dall’acqua.
Il Direttore dell’Area Marina Protetta, Augusto Navone consiglia comunque prudenza nell’avvicinare questo pacifico gigante dei mari, ed invita chiunque ne avvisti uno a segnarlo prontamente al numero 0789/203013. I dati raccolti saranno utilizzati per ampliare le conoscenze su questa specie.
Un avvistamento, ben più clamoroso e praticamente unico nel Mediterraneo, era avvenuto, sempre al largo dell’isola di Tavolara, il 30 maggio 2006. Quel giorno, Giuseppe Galliani ed Alessandro Battaglia, due appassionati di pesca d’altura, rimasero senza fiato davanti ad una balena bianca che nuotava insieme ad altri cetacei. Fortunatamente avevano una macchina fotografica in barca e quindi riuscirono ad immortalare il capodoglio albino maschio, il Moby Dick di Tavolara, e il suo sbuffante harem composto da tre femmine scure.

domenica, gennaio 20, 2008

E’ morto Pino Careddu, giornalista libero e maestro d’irriverenza

Testo e foto in www.marellagiovannelli.com (sez.Mara Malda)

Troppo difficile per me scrivere della morte di Pino Careddu, giornalista e amico carissimo, a cui mi legavano ricordi familiari importanti e tante collaborazioni professionali. Ci eravamo sentiti qualche giorno fa e mi aveva parlato, con grande serenità e coraggio, dell’ennesima prova che si accingeva ad affrontare. Un altro ricovero in ospedale per un intervento chirurgico che andava ad aggiungersi agli altri, già subiti in questi ultimi anni. Quella telefonata si è conclusa con un saluto scherzoso da parte sua e un arrivederci a presto. Pino aveva imparato a convivere con la sua malattia; negli intervalli che “lei” gli concedeva, lui faceva sempre sentire la sua voce forte, spesso caustica e scomoda, di uomo libero, imprevedibile e fuori dai cori di potentati e schieramenti. Nel febbraio del 1960 aveva fondato 'Sassari Sera', storica rivista dal taglio sarcastico che riferiva fatti e retroscena di politica, economia e costume della società sarda. Il suo era un giornale definito di "controinformazione", prima settimanale, poi quindicinale e, successivamente, mensile. Da cinque anni l'edizione cartacea era affiancata da una versione sul Web. Per sua volontà testamentaria il giornale finirà con lui. Ho appreso della scomparsa di Pino Careddu dal suo sito che, oggi, in home page, riporta un affettuoso ricordo firmato dal collega Gibi Puggioni. Lo riporto integralmente:

Un abbraccio

"Nella vita di un giornalista arriva sempre un momento in cui si deve scrivere di un caro amico scomparso. Oggi quello che non avrei mai voluto fare tocca a me. Per annunciare che questa mattina poco prima delle 8 è morto al Policlinico di Sassari il giornalista Pino Careddu. Era nato a La Maddalena 74 anni fa. Fondatore del periodico Sassari sera, l'unico giornale di controinformazione che per decenni si è fatto odiare e amare in egual misura per il coraggio delle sue denunce. Pino era stato il mio maestro e un fraterno amico. Era un giornalista coraggioso, irriverente, mai succube dei potenti. Oggi c'è chi lo piange ma forse anche chi avverte il sollievo di essersi tolto di torno un giornalista scomodo. Pino lo si poteva amare totalmente o odiare con tutte le forze. Non c'erano vie di mezzo. Ma anche i suoi avversari, i più intelligenti ovviamente, Cossiga su tutti, pur attaccati dal suo giornale, lo accettavano perché gli riconoscevano un'intelligenza e una cultura che pochi fra quelli che fanno il nostro mestiere hanno. Aveva oggi, come 40 anni fa, la stessa curiosità per tutto quanto accadeva, soprattutto in Regione, e lo stesso amore totale per la sua professione. Anche in ospedale si era portato il computer per cominciare a preparare il materiale per quando sarebbe stato dimesso. La morte non glielo ha permesso".

Gibi Puggioni

giovedì, gennaio 17, 2008

Le primarie Usa commentate da Washington

Testo e foto in http://www.marellagiovannelli.com/ (sez. Marella Giovannelli)

Sulle primarie Usa interviene da Washington Giacomo Bondi. Questo è il suo commento per www.marellagiovannelli.com.

“Per ora le uniche primarie significative sono state in Iowa in cui ha vinto Barak Obama e nel New Hampshire in cui ha vinto Hillary Clinton. Arrivati al 5 Febbraio si sarà votato nella maggioranza degli stati e, solo allora, si potrà con molta probabilità sapere chi saranno i candidati finali dei due partiti.Barak Obama è senza dubbio l'uomo del momento. Intelligente, colto, serio, attraente, carismatico. Tuttavia ha un'esperienza molto limitata, soprattutto nella politica internazionale, per cui la sua candidatura suscita alcuni dubbi. Hillary Clinton, al contrario, di esperienza ne ha forse anche troppa. E' preparatissima su qualunque aspetto della vita e della politica, non solo Americana ma praticamente di qualunque nazione del mondo, dopo 35 anni di vita pubblica, prima First Lady dell'Arkansas, poi per otto anni First Lady alla Casa Bianca ed infine per altri otto anni Senatore dello Stato di New York. I dubbi sulla sua candidatura sono legati ai suoi rapporti con molti di quegli stessi gruppi di potere che hanno, di fatto, governato in modo vicario con George Bush contribuendo così largamente alla campagna di Clinton. Si teme, quindi, che difficilmente potranno essere esclusi da una sua potenziale Presidenza, rendendo difficili alcuni dei cambiamenti e delle riforme che sarebbero necessari.
L'analisi dei candidati Repubblicani è pressochè superflua in quanto, dopo otto anni di malgoverno di George Bush, si potrebbe, parafrasando, dire che è più facile che un cammello entri nella cruna di un ago piuttosto che un Repubblicano diventi Presidente nel 2008.George Bush, certamente un formidabile candidato per essere storicamente considerato il peggiore dei 43 Presidenti Usa, ha per otto anni dissestato le casse dello stato, oggi piene di debiti contratti in gran parte con investitori stranieri, in particolare con la Repubblica Popolare Cinese.
Ha consentito che l'Afghanistan, dopo anni di pseudo-guerra sia diventato il maggiore produttore di oppio del mondo. Questo insieme agli alleati Europei che sono i principali consumatori dell'oppio Afghano, nel caso ci si chieda com'è che i giovani in Europa stanno tornando al consumo di eroina. Ha iniziato. con pretese risultate infondate e fraudolente, una guerra in Iraq che dura già, per gli Americani, più che la seconda guerra mondiale e senza una fine all'orizzonte.
Ha stuzzicato volutamente alcuni dei paesi chiave nella produzione del petrolio, in particolare il Presidente Iraniano Ahmadinejad, vilipeso il giorno stesso in cui è stato eletto dal Segretario di Stato Condoleezza Rice ed il Presidente Venezuelano Chavez, tradizionalmente alleato Statunitense ed ora leader Sudamericano di campagne fomentatrici anti Americane. Il risultato di ciò, unitamente ad altri fattori tra cui ovviamente le guerre, è che il prezzo del petrolio è passato da quindici dollari a barile nel 1998 a quasi cento dollari nel 2008.Oggi, in America, 47 milioni di persone non hanno copertura medica per cui quando si ammalano, o non vengono curati o, per farsi curare, si creano dei debiti con gli ospedali di decine o centinaia di migliaia di dollari. Cifre che non possono pagare e che impediscono loro, nel futuro, l'ottenimento di prestiti e finanziamenti di qualunque genere.
Un numero record di Americani oggi sta perdendo la prima casa in quanto non riesce a pagare le rate dei mutui.Un numero record di Americani oggi sta dichiarando fallimento a livello personale in gran parte per i motivi di cui sopra.
Gli Stati Uniti sono di fatto oggi in recessione. Durante l'alluvione, a seguito dell'uragano Katrina nel 2005, le immagini del caos a New Orleans in cui non solo ratti ma serpenti velenosi e qualche alligatore nuotavano indisturbati nelle strade, hanno mostrato al resto del mondo una immagine degli Stati Uniti da terzo mondo. La totale incapacità dei responsabili della sicurezza civile, nominati da Bush per meriti politici, ha fatto vedere malati che morivano negli ospedali per mancanza di luce, viveri ed acqua. Anziani e bambini rifugiati sui tetti delle proprie case in attesa di aiuto per giorni e quant'altro le televisioni di tutto il mondo hanno mostrato per settimane.Potrei continuare ma penso che già questo vi dia un'idea di quello che sarà lo spirito degli Americani, Democratici, Repubblicani o indipendenti, quando andranno a votare a Novembre”.

Giacomo Bondi

mercoledì, gennaio 16, 2008

Tolleranze ed intolleranze

Testo e foto in www.marellagiovannelli.com (sez.Mara Malda)


Sul caso Ratzinger-Sapienza, pubblichiamo l’interessante commento inviato a www.marellagiovannelli.com da Giacomo Bondi, pseudonimo di un nostro lettore, “corrispondente” davvero speciale dagli USA.

"In questi giorni in America si celebra l'anniversario della nascita di Martin Luther King. Si riflette sul suo messaggio di tolleranza e di rispetto dei diritti civili e sul suo conseguente martirio. Il comportamento di intolleranza degli studenti della Università della Sapienza di Roma, che è trasceso in parte in toni goliardici, certamente non palesa molta "sapienza" da parte di quegli studenti sul mondo in cui viviamo e sulle vere problematiche che esistono e su cui sarebbe più opportuno concentrarsi. Basti pensare alla presente crisi del Nord Corea dove un possibile, imminente collasso dell'attuale regime dittatoriale vede oggi ai confini di quella nazione da una parte il Sud Corea e gli Usa e dall'altra la Cina, che ha peraltro in atto un piano contingente per un'eventuale decontaminazione da un possibile uso di uno degli ordigni nucleari presenti nel Nord Corea. Entrambe parti all'erta e pronte ad una immediata invasione. Od alla altrettanto inquietante situazione del Pakistan dopo l'assassinio dell'ex Primo Ministro Bhutto. Per non parlare del genocidio e sistematica orrenda violenza contro le donne che avviene ogni giorno nel Congo.
Gli irriverenti, intolleranti attacchi contro la figura del Papa certamente non contribuiscono in modo positivo all'immagine dell'Italia nel mondo, ed è per questo che l'intervento è stato cancellato da parte del Vaticano, ovviamente non per intimidazione da quella che è stata poco più di una pagliacciata da parte di alcuni studenti.Che poi la anacronistica posizione di rigidità e se vogliamo di intolleranza da parte del Vaticano su alcuni dei temi sociali più controversi del ventunesimo secolo stia creando una emorragia di fedeli Cattolici in Europa e Stati Uniti è una realtà.
Che il proverbiale comportamento di "predicare bene e razzolare male" causato invece dalla tolleranza del fenomeno di pedofilia dei Sacerdoti, diffuso praticamente a macchia d'olio in tutte le Diocesi Statunitensi, abbia esacerbato la posizione del Vaticano è altrettanta realtà.Nel suo discorso "I have a dream" (Ho un sogno) pronunciato su quegli stessi gradini del Lincoln Memorial in cui io stesso, così come altre migliaia di persone da tutto il mondo, mi siedo spesso a riflettere, Martin Luther King disse "E' ora il momento di sollevarci dalle sabbie mobili dell'ingiustizia verso la solida roccia della fratellanza. E' ora il momento di fare della giustizia una realtà per tutti i figli di Dio".
Se potessi parlare agli studenti della Sapienza li esorterei a riflettere su queste parole ed a incanalare le loro inesauribili energie di gioventù sulla tolleranza anziché sulla contestazione, contribuendo, in ciò che possono, al miglioramento di questo nostro meraviglioso pianeta che ne ha veramente tanto bisogno".

di Giacomo Bondi

lunedì, gennaio 14, 2008

Da Isola-lazzaretto a Isola-pattumiera: il precedente storico ricordato da Eugenia Tognotti

Testo e foto in www.marellagiovannelli.com (sez. Mara Malda)
Sul caso dei rifiuti campani sbarcati in Sardegna, il commento più interessante, che riportiamo integralmente, è pubblicato sulla Nuova Sardegna di oggi. E’ firmato da Eugenia Tognotti, professore di Storia della medicina all'Università di Sassari, membro della "Society for the Social History of Medicine" di Oxford e nel Comitato Scientifico della rivista Medicina & Storia, oltre che opinionista del quotidiano la Stampa e collaboratore di Panorama.
Nel 1884 toccò all’Asinara. Quando, con il colera si scelse l’Isola come lazzaretto
di Eugenia Tognotti
Sarà “egoista”, politically uncorrect, ma sono contro la scelta di accogliere senza fiatare 6000 tonnellate di immondizia del “paese d’o sole”, divenuto un inferno a causa del rapporto malato fra camorra e politica e della colpevole imprevidenza di chi, in questi anni, ha consentito che i rifiuti inghiottissero una montagna di denaro pubblico senza risolvere mezzo problema.I cumuli di mondezza che ammorbano Napoli e insidiano la salute degli abitanti non sono la conseguenza di una catastrofe naturale, un terremoto o un’inondazione, come quella di Firenze: la solidarietà sarebbe in quel caso un dovere e un obbligo d’onore. Ma l’emergenza rifiuti a Napoli è un disastro annunciato per il quale nessuno sta pagando pegno: non il sindaco di quella città, non il governatore Bassolino, non il ministro dell’ambiente che ha combattuto i termovalorizzatori. Tutti sono rimasti al loro posto e davvero non si riesce a capire quale svolta dobbiamo attenderci dai poteri di mobilitare l’esercito del Commissario straordinario e dal pannicello caldo della divisione della “mondezza” tra le regioni italiane.
Non riesco ad esultare per essere “arrivati primi”. E non capisco perché la nostra regione sia candidata a ricevere più mondezza di tutte le altre in Italia, per decisione del presidente della Regione. Che, di certo, sa che la sua non è la carica “di Governatore delle province” al tempo di Roma imperiale, ma di rappresentante delle comunità, da ascoltare e da informare con chiarezza e precisione, attraverso i loro rappresentanti istituzionali.L’intera vicenda tocca un nervo scoperto: quello dell’antica predestinazione di questa terra-isola ad accogliere di tutto, come accadde, per fare un solo esempio, quando l’isola dovette prendersi a forza il lazzaretto, nel 1884-85.
Le cose andarono così. Il governo italiano - allarmato da un’epidemia alle porte d’Europa - era da anni alla ricerca di un luogo dove stabilire un lazzaretto. La Commissione sanitaria era alle prese con la spinosa questione, quando arrivò il colera, con migliaia di morti a Napoli, assediata dalla sporcizia. L’emergenza spinse ad affrettare i tempi. Sennonché nessun luogo era disposto a ospitare un lazzaretto e violente manifestazioni ebbero luogo a La Spezia e a Napoli. Dall’Italia tutta, appena unificata, si sollevava una sola voce: perché non scegliere “un’isola lontana dal Continente” da destinare alle quarantene. Ed ecco, dunque, il Governo orientarsi sull’isola dell’Asinara. Il 16 giugno 1884 il progetto fu presentato alla Camera dove i deputati sardi espressero la preoccupazione che “il lazzaretto potesse essere una minaccia alla pubblica incolumità” delle comunità locali. La legge fu approvata, anche in Senato, a tempo di record, anche perché l’epidemia continuava. Le “provenienze” spagnole, algerine e corse per le contumacie d’osservazione e di rigore furono dirottate nelle acque del golfo. Lazzaretto e locali di segregazione non erano ancora pronti, così i quarantenati dovevano restare a bordo, mentre una nave da guerra fungeva da ospedale. Decine di imbarcazioni stazionavano in acque sarde, ingenerando paura, allarme, proteste. Allora la Sardegna non era una regione “autonoma”: non sembra troppo pretendere oggi che le decisioni unilaterali siano un fatto del passato.

domenica, gennaio 13, 2008

Vade retro mondezza: sull’Unione Sarda il rifiuto dei rifiuti a Olbia


Testo e foto in www.marellagiovannelli.com (sez.Marella Giovannelli)

Ancora in primo piano in Sardegna le polemiche legate allo sbarco dei rifiuti campani. L'Ordine dei giornalisti della Sardegna ha giustamente espresso “piena solidarietà al presidente della Regione, vittima di un'incivile, violenta e preoccupante manifestazione di intolleranza che non ha nulla a che vedere neppure con il più aspro dissenso politico e democratico”. Il “rifiuto dei rifiuti”, da parte di molti amministratori locali della Sardegna, è motivato da considerazioni che investono la vocazione prettamente turistica di alcuni comuni, le preoccupazioni (confermate dall’Ordine dei Medici) per la salute pubblica, le carenze degli impianti di smaltimento e la mancanza di concertazione e di coinvolgimento “preventivo” da parte del Governatore Soru. Sull’Unione Sarda di oggi, il giornalista Lucio Salis ha intervistato il Sindaco di Olbia Gianni Giovannelli. Questa è l’intervista che pubblichiamo integralmente insieme ad un articolo, presente nella stessa pagina, firmato dal giornalista Andrea Busia.
Vade retro monnezza di LUCIO SALIS
Il sindaco di Olbia, Gianni Giovannelli, non vuole neppure sentirne parlare. E, per non lasciare dubbi, ieri ha emesso una nuova ordinanza che vieta «qualsiasi ipotesi di trasporto, stoccaggio e smaltimento di rifiuti (napoletani ndr) nella discarica di Spirito Santo». Quindi ha diffidato «l'organo dirigente» del Cines (Consorzio industriale) che la gestisce dall'«autorizzare lo scarico di rifiuti», minacciando querele e richieste di danni. Giusto per far capire al presidente, Pasqualino Chessa, favorevole all'appello di Soru, che non scherzava».
D- Sindaco, perché una nuova ordinanza?
R- «Perché qualcuno poteva considerare troppo vecchie quelle emesse, a suo tempo, da Nizzi e Bardanzellu».
D- L'ordinanza è valida anche nel porto, che è sotto la giurisdizione dell'Autorità portuale?R- «Il comandante Ruffini mi ha detto che non può impedire l'attracco delle navi. Per lo scarico, il discorso è diverso. Bisogna esaminare la competenza nelle aree demaniali, peraltro molto vicine alla città, dove le merci non potrebbero transitare».
D- Il Cines però è favorevole a importare rifiuti.
R- «Posizione adottata solo dal presidente. Il consorzio, per statuto, può trattare soltanto rifiuti territoriali, mentre non rientra nei suoi compiti lavorare quelli di origine extraregionale. Quindi, prima di riceverne dalla Campania, bisognerebbe modificare lo statuto, avere specifiche autorizzazioni, o quantomeno, l'approvazione della Giunta e dell'assemblea generale».
D- Passi che potrebbero essere compiuti nei prossimi giorni.R- «Lo escluderei. So che il Consiglio di amministrazione è assolutamente contrario. Aggiungo che, personalmente, non lascerò nulla di intentato per intervenire in maniera adeguata. Tant'è che ho già diffidato, con una lettera, il consiglio e il presidente dall'autorizzare la movimentazione e il trattamento di spazzatura proveniente dalla Campania».
D- Ha notizie sull'eventuale arrivo di navi a Olbia?
R- «Al momento no».
D- Perché non ha partecipato all'incontro convocato dal presidente Soru?R- «L'assessore regionale all'Ambiente, Cicitto Morittu, mi ha telefonato giovedì pomeriggio, alle cinque, invitandomi a un incontro fissato per le sette, a Cagliari. Gli ho detto che non ci sarei andato, perché un no potevo dirlo anche per telefono. Un no senza alcuna possibilità di ripensamento».
D- Ma perché si oppone all'importazione dei rifiuti in Sardegna?
R-«Qualcuno dovrebbe dimostrarmi perché la regione Campania non si è attrezzata per risolvere il problema per tempo e in questi tempi. Chiedono la nostra solidarietà solo perché non riescono a fronteggiare un'opposizione cittadina e regionale. Però lo Stato non è altrettanto solidale con la Sardegna in materia di cessione di beni demaniali, continuità territoriale e altro».
D- Mi sembra che lei contesti anche il modo in cui la Regione ha gestito la vicenda.R- «Non si può contattare il sindaco di una città alle cinque perché arrivi a Cagliari alle sette. A cose fatte. In questa occasione, non abbiamo avuto dalla Regione alcun segnale di correttezza formale».
D- Però tutto è nato in nome della solidarietà nei confronti di una regione in stato di emergenza ambientale.
R- «La solidarietà, in questa vicenda, non c'entra niente. Per quanto mi riguarda, faccio testimonianza di solidarietà nel mondo del volontariato e dell'accoglienza. E lo stesso fa la mia città ospitando migliaia e migliaia di extra comunitari. Però, non possiamo accettare di essere considerati la pattumiera d'Italia. In questo modo, così supino nei confronti di un'autorità statale dimostratasi totalmente incapace di gestire la situazione».
D- Nella vicenda della Campania, a suo giudizio, ci sono responsabilità politiche statali e regionali?R- «Soprattutto a livello di amministratori della regione Campania. Che non hanno saputo far fronte a un problema che dichiaravano ai quattro venti di poter risolvere. Non ci sono riusciti in passato e non riescono a farlo neppure ora, nella fase dell'emergenza. O meglio, vorrebbero risolverlo in maniera assolutamente inaccettabile, vessando regioni, cittadini, opposizioni politiche e la loro stessa maggioranza. Insomma, un flop su tutta la linea».
D- Non crede che, prima o poi, anche la Sardegna, dicendo no ai termovalorizzatori, si possa trovare in una situazione simile a quella della Campania?
R- «Credo che questa sia una buona occasione per fare una grande riflessione a livello di problemi energetici e ambientali. Il presidente Soru, anziché promuovere crociate contro le seconde case, introducendo la tassa sul lusso, bene farebbe ad avviare un ragionamento serio con le amministrazioni locali per programmare una politica energetica e ambientale a misura di una Sardegna che dovrebbe avere ben altri condottieri».

Gli ingegneri del Cines: non ci sta più niente di ANDREA BUSIA
Se a Cagliari si è sfiorato il dramma, in Gallura ormai si può parlare di farsa. Le ecoballe napoletane per il sindaco Gianni Giovannelli devono restare ben lontane da Olbia, gli ingegneri del Cines sono d'accordo con lui e precisano che nella discarica consortile di Spirito Santo non c'è posto per altri conferimenti. Il presidente del Consorzio Industriale olbiese Ninni Chessa, senza una maggioranza ormai da mesi, ha dato la disponibilità per un po' di tonnellate da portare nella discarica consortile. Per chiudere il quadro il presidente della Provincia Pietrina Murrighile, dopo un sopralluogo a Spirito Santo, ieri mattina, ha detto: «Se arriva altra spazzatura qui, ovviamente la discarica dovrà essere chiusa prima della data prevista per il suo esaurimento». Ossia, una posizione che dice tutto e niente e si inserisce in una vicenda quasi da operetta.
Ma non basta, perché da tre giorni, poi, c'è il discorso delle navi che salpano da Napoli e vengono date in attracco a Olbia o Golfo Aranci. Mentre Capitaneria di Porto, Autorità portuale, Prefettura di Sassari, cercano di capirci qualcosa, arrivano anche i controlli e le delucidazioni che smentiscono le indicazioni di partenza. Il caso della spazzatura napoletana sta confermando tutti i problemi e le tensioni del quadro politico gallurese. Ieri mattina, ad esempio, l'Udc, tramite i suoi vertici provinciali, ha confermato un'azione preventiva di contrasto a qualsiasi ipotesi di conferimento nella discarica di Spirito Santo. É stata annunciata la costituzione di un comitato spontaneo di cittadini per la tutela degli interessi e della salute della comunità della piccola frazione di Murta Maria, località che confina con il sito utilizzato per lo smaltimento dei rifiuti dal Cines. Già oggi potrebbero essere organizzati sit-in e un presidio permanente in tutta la zona con ll'obiettivo di intercettare eventuali automezzi destinati alla discarica. Sempre ieri mattina, però, è arrivata la notizia di una convocazione di una seduta straordinaria del consiglio comunale olbiese per domani pomeriggio alle ore 17.

sabato, gennaio 12, 2008

Rifiuti campani amarcord: questione di feeling per Renato Soru


Testo e foto www.marellagiovannelli.com (sez. Mara Malda)


Spulciando nell’archivio di Mara Malda, all’interno di questo sito, mi ha colpito un mio pezzo, scritto il 27/10/06 e intitolato:
Soru: chi di monnezza ferisce di monnezza perisce
"Grazie Sardegna ma inviarvi i rifiuti dalla Campania costa troppo. Figuraccia doppia, per Renato Soru cornuto e mazziato. Il suo "atto di solidarietà", tanto contestato dai Sardi, è stato ufficialmente rispedito al mittente perchè, in pratica, si sarebbero accorti che il gioco non vale la candela. Fatti due conti, il pragmatico Guido Bertolaso, Commissario Straordinario per l’emergenza rifiuti in Campania, ha deciso che non conviene economicamente trasportare i rifiuti campani nell'Isola. Potevano pensarci prima, se la motivazione è davvero questa. Ma, forse, sull'onda delle furiose polemiche, ha fatto scuola (politica) l'immortale Fedro con la sua volpe che, non riuscendo a raggiungere l'uva, disse di non volerla cogliere perchè era ancora acerba".
P.S. Riproposto integralmente, compresa la foto della prima pagina dell’Unione Sarda di quel giorno, a dimostrazione che la solidarietà del Governatore della Sardegna per i rifiuti campani è cronica e recidiva almeno quanto l’emergenza. Ma, quindici mesi fa, l’offerta di Soru venne cortesemente rifiutata, a differenza di oggi...

venerdì, gennaio 11, 2008

Sui rifiuti campani sbarcati in Sardegna: opinioni a confronto


Testo e foto in www.marellagiovannelli.com (sez. Marella Giovannelli)
Sul caso dei rifiuti campani sbarcati ieri sera in Sardegna pubblico il commento inviato a www.marellagiovannelli.com da Cosimo Andretta e la mia risposta con alcuni ritagli dei quotidiani locali oggi in edicola.

Cosimo Andretta scrive:

“Vedi Marella, il gesto del Governatore della Sardegna, quello cioè di dare una mano accettando di smaltire una parte dei rifiuti della Campania mi ha davvero commosso. Personalmente mi dico da sempre "napoletano dissociato", perchè ci sono molte cose della mia città che non mi piacciono, ma è da un po' che ho, come si suol dire, una mosca sulla spalla. Oggi l'immagine di Napoli è quella che è , ma comincio a credere seriamente che le disgrazie napoletano siano un po' la fortuna degli altri, storia che va avanti dalla Unità d'Italia. L'estate scorsa, per fare un esempio, il dossier spazzatura ci ha fatto perdere il 20% di turisti, percentuale che guarda caso è esatta quella che si è registrata in aumento nella città di Roma. Ma anche l'aeroporto internazionale di Napoli che non si riesce a fare chissà perchè mi mette il dubbio che Fiumicino tema quel 30% di traffico che passa per Roma solo come transito verso Capodichino. Potrei continuare con la notizia della camorra che sversa in Campania rifiuti pericolosi non napoletani, come quelli industriali del nord che tanto si dicono penalizzate da questo sud parassita (c'è una allarme tumori e nascita di bambini deformi nella mia regione). E perchè non parlare delle aziende Lombarde, di quelle che non hanno accettato la "monnezza napoletana" ma poi danno in subappalto i loro ricchi contratti ad imprese camorriste giusto perchè risolvono il problema del lavoro nero, della mancanza di sicurezza nei cantieri edili, insomma un bel bypass della legalità senza "sporcarsi le mani", tanto per capirci. Comunque ed infine, voi che siete una isola lontana dall'Italia potreste oggi dare lezioni di Italianità ; con la presente e nel mio piccolo, per quello che può valere, ho inteso omaggiare il vostro nobile gesto”.

Marella Giovannelli risponde:

“Prendo atto delle tue toccanti riflessioni ma una decisione come quella assunta dal Governatore della Sardegna, avrebbe richiesto una concertazione ed un coinvolgimento delle comunità che, invece, sono state completamente bypassate. Il territorio isolano ha caratteristiche ambientali che richiedono particolari attenzioni ed una viabilità molto carente. Inoltre ci sono forti e concreti rischi di saturazione dei pochi impianti di smaltimento esistenti. Il mancato coinvolgimento delle popolazioni e delle istituzioni locali, si aggiunge all'allarme, lanciato in queste ore dall'Ordine dei medici della Provincia di Sassari che, in una nota stampa, ha espresso "forte preoccupazione per le ricadute sulla salute dei cittadini a causa dell' arrivo nell'Isola di una quota di rifiuti della Campania". Nel comunicato si cita il recente rapporto Censis sullo stato di salute dei cittadini che individua la Sardegna come la regione più ammalata d'Italia. L'Ordine dei medici ricorda che il nord ed il sud dell'Isola sono sede di due siti (a Porto Torres e a Portovesme) di interesse nazionale quanto al degrado ambientale, ma anche altre zone della Sardegna registrano livelli di inquinamento allarmanti. “Nonostante ciò la nostra continua ad essere – dicono i medici - l'unica regione d'Italia che non dispone di una Agenzia per la Protezione dell'Ambiente in grado di individuare la presenza di sostanze tossico-nocive nel territorio”. Salvatore Meloni, responsabile nazionale del Partidu Indipendentista Sardu, ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica del Tribunale di Cagliari contro il presidente Renato Soru, nel quale si ipotizza il reato di abuso d'ufficio per la decisione di accogliere e smaltire nell'isola un quantitativo di rifiuti della Campania. Molti Sardi piuttosto vorrebbero che il Governo Prodi manifestasse verso i tanti problemi dell'Isola un'attenzione maggiore di quella finora riservata, ad esempio sulla continuità territoriale, sui costi energetici e sulle politiche fiscali. Il presidente Soru, magari anche animato da un'impetuosa nobiltà d'intenti, sembra non aver considerato tutta una serie di elementi, agendo "in solitario" e alla velocità del fulmine. La disponibilità immediata, offerta a Prodi per l'accoglienza in terra sarda dei rifiuti campani, andava forse discussa e concordata a livello locale. Ora infuriano le polemiche come testimoniano le immagini andate in onda ieri sera, in tutti i telegiornali. Risse e tafferugli al Porto di Cagliari all'arrivo della nave, Comuni e popolazioni in rivolta e lo stesso concetto (nobilissimo) di solidarietà messo sotto accusa, strumentalizzato e politicizzato. Purtroppo.

venerdì, gennaio 04, 2008

L'Unione Sarda su Il giostraio a riposo di Marella Giovannelli


Sull'Unione Sarda, pagina Cultura, o4-01-2008

Poesia “Il giostraio a riposo” Suono d'acque chiare e giorni bui: ecco la mia isola

Aveva ragione Inge Feltrinelli, quando, qualche anno fa, parlando del primo libro di Marella Giovannelli, L'estranea , disse che di questa nuova poetessa avremmo sentito ancora parlare. E aveva ragione anche Alberto Cappi parlando di Mareamore , suo secondo parto (Marella considera i suoi libri veri e propri figli): «La poesia della Giovannelli è una poesia giovane, con ritmi incisivi, sintetica, a volte, fino alla scarnificazione; una poesia "operativa" che costruisce, scalpella, scheggia, fa».
Parrebbe dello stesso segno delle due precedenti anche Il giostraio a riposo , la nuova raccolta di poesie appena pubblicata dalle Edizioni Della Torre. Ma questa di oggi ha, nelle sue poesie nuove (alcune sono state riviste e riproposte), una più riuscita sublimazione del "fatto" nel quale la poesia ha le radici. Per convincersene bisogna leggere con attenzione, oltre ai testi, la sorprendente introduzione dell'autrice, che racconta il momento «prepotente e capriccioso» in cui il poeta è visitato dall'ispirazione; e la puntuale prefazione di Bachisio Bandinu.La crescita di valore di questo nuovo libro sta nel fatto che, pur restando nello stesso codice espressivo delle prime raccolte, le nuove poesie sono più aderenti a certe riflessioni poetiche di questi ultimi anni. È noto che molti poeti di oggi (e anche alcuni critici) affermano che la poesia viaggia su un binario parallelo a un altro binario in cui scorre la realtà, nuda e cruda, del nostro quotidiano. Il compito della poesia è di tener d'occhio questo treno della realtà per fare di essa qualcosa di diverso, di più profondo, di più vero. Lo scotto che si paga non è leggero perché il più delle volte ciò che ci appare bello e appassionante non lo è affatto. La poesia non fa sconti: ed è forse per questo che Marella Giovannelli, e non solo lei, quando ne viene visitata si considera in emergenza.
La forza della poesia di Marella in questa nuova silloge sta nella scelta dell'autrice di far viaggiare la pariglia Poesia-Realtà attraverso i quattro regni universali del Fuoco, della Terra, dell'Acqua e dell'Aria. Questi quattro reami, legati fra di loro, rappresentano nell'intuizione dell'autrice un'entità reale che è la Sardegna, luogo scelto e amato; e un'entità spirituale-laica che è l'amore. E quale istituto, se non quello della Poesia, potrà attribuire a queste due entità il giusto valore positivo o negativo?La Sardegna nei versi dell'autrice ha suono d'acque chiare ma anche sottolineature di storie e giorni bui: «...orgoglio di mare, vergogna di fuoco / storie crudeli in una terra di miele / odori aspri di lavanda e timo / uomini antichi e donne senza tempo».
Ma anche l'amore ha la dolcezza del nettare del succiamele e di quello amaro dell'àlbatro: «Ingabbiato fra la terra e il cielo / ti sento / nelle onde del mio desiderio regalarmi raggi di sole / subito inghiottiti da inutili ombre / in un cielo senza padroni». Una voce, quella di Marella, che emerge da una vita giovane e forte, toccata da gioie solari ma anche provata da amarezze e delusioni. E che, pensando alla "macchia nera dei ricordi", riesce a levare il suo canto di vittoria: "Da tutto questo / sono volata via".

FRANCO FRESI
04/01/2008

martedì, gennaio 01, 2008

Marella Giovannelli e il suo Giostraio nel giorno del battesimo

Testo e foto in www.marellagiovannelli.com (sezione Mara Malda)

“Il giostraio a riposo”, il nuovo libro che raccoglie tutte le poesie di Marella Giovannelli, è stato presentato il 28 dicembre scorso ad Olbia. Non potendo, per comprensibili motivi, fare io la cronaca di una serata così speciale per me, “passo la mano” ai due colleghi Stefania Costa e Alessandro Pirina che, insieme ad altri (Martine Frey, Claudio Chisu, Pino Careddu) sono stati, sin dall’inizio, vicini al mio Giostraio.
A tutti loro va il mio personale ringraziamento. Ma la cronaca della presentazione è anche nelle immagini, tratte da alcuni servizi televisivi andati in onda il giorno dopo.
Stralcio del testo scritto dalla giornalista Stefania Costa per il filmato trasmesso dall’emittente Cinquestelle Sardegna.
“...E’ Marella Giovannelli, poetessa e giornalista olbiese. Gambe incrociate davanti al fuoco del camino che le illumina il viso mentre recita e interpreta le sue poesie. “Il giostraio a riposo” è la terza raccolta di versi della eclettica giornalista pubblicata da Edizioni La Torre, presentata ieri , a Olbia, nel centro culturale di Corso Umberto. Orecchie tese e sguardi sognanti. Un pubblico attento ha accarezzato le poesie di Marella, recitate dal poeta originario di Tempio, Franco Fresi e da Mauro Orrù, presentatore, curatore tecnico del sito del comune, collega e amico della poetessa.
Il libro è un viaggio tra quattro elementi, fuoco-terra – acqua-aria attraversati da due binari sui quali scorre la vita dell’autrice compresa tra due realtà, quella concreta e quella poetica. Il vissuto e il voluto. Frammenti di vita che raccontano la forza fragile di una donna donna. Che ieri, nascosta nel suo completo gessato da adulta, sembrava un’adolescente emozionata. Capace di trasmettere emozioni, di mettersi a nudo.Di parlare di quelle bugie che al buio diventano incubi, di amori totali e fugaci, dell’adolescenza negata e “di un giostraio a riposo che gira ancora in tondo. A vuoto”.
Stralcio dell’articolo, firmato da Alessandro Pirina, pubblicato sulla Nuova Sardegna.
"Il giostraio a riposo: nuova raccolta di poesie di Marella Giovannelli.
…A introdurre l’autrice il noto poeta gallurese Franco Fresi, mentre Mauro Orrù ha recitato alcuni brani della raccolta e Mauro Mibelli si è occupato della parte musicale. «Ognuno di noi - ha sottolineato l’autrice nell’introduzione - a un certo punto della vita, e per motivi diversi, può sentirsi un giostraio a riposo. Ecco, io dedico il mio lavoro a chi su quella giostra è appena salito, a chi ancora gira e a chi è già sceso».La raccolta di poesie contiene moltissimi elementi autobiografici dell’autrice, ma ad avere un ruolo predominante sono i quattro elementi che costituiscono la materia dell’universo. «Fuoco, terra, acqua e aria mi sono sembrati i compagni di viaggio più adatti per seguire il percorso di questa raccolta», afferma ancora la Giovannelli.
La prefazione del libro è stata curata dal noto antropologo Bachisio Bandinu, le illustrazioni originali sono di Lino Pes, mentre la pubblicazione è ad opera di Edizioni Della Torre. Prima di dare alle stampe «Il giostraio a riposo» Marella Giovannelli aveva già pubblicato tre raccolte di poesie: «L’estranea», «Mareamore», «Equatore celeste» oltre al libro «Porto Rotondo, storia di un’emozione».

martedì, dicembre 25, 2007

Il giostraio a riposo raccoglie tutte le poesie di Marella Giovannelli




“Il giostraio a riposo” è il titolo del nuovo libro (Edizioni Della Torre di Cagliari) che raccoglie tutte le poesie di Marella Giovannelli. Il progetto grafico e le illustrazioni originali sono dell’artista Lino Pes. Il volume, stampato dalla Tipografia Gallizzi di Sassari, da alcuni giorni è in distribuzione nelle librerie della Sardegna.
Può essere acquistato anche on line cliccando sul sito http://www.librisardi.it/.
I quattro elementi del Giostraio sono spiegati, nelle prime pagine, dalla introduzione dell'autrice e dalla prefazione dello scrittore Bachisio Bandinu.
Introduzione di Marella Giovannelli
Hanno uno strano modo di nascere le mie poesie. Loro semplicemente arrivano, senza alcun preavviso. Sono ospiti esigenti perché si presentano senza invito, spesso in disordine e, quando bussano alla mia porta, pretendono che io le accolga immediatamente. Devo quindi interrompere qualsiasi mia attività e “fermare l’attimo”. Spesso sono pensieri talmente veloci ed inattesi da richiedere un intervento e mezzi di emergenza. Tra i più usati: la carta recuperata in auto mentre sono al volante, il cellulare-registratore e la sabbia-lavagna. Altre volte accade che i versi non siano così irruenti. Sono sempre loro a decidere il momento ma, quando si formano, sono calmi, indulgenti e sfilano nella mia testa come le immagini di un film. Non ho ancora capito se è nel mio cuore o nella mia mente il cassetto da cui, ogni tanto, fa capolino la poesia. La chiave la tiene lei e la usa in modo imprevedibile. Inutile cercare di stanarla; deve essere sempre lei a farsi viva. Riconosco il suo arrivo, prepotente e capriccioso che, all’improvviso, travolge e trasforma i miei pensieri, i miei ricordi e le mie emozioni. Spesso rincorre i miei miraggi e vizia le mie fantasie. Allora mi ritrovo a scrivere, stupita e spiazzata, cercando di dare forma, punteggiatura e titolo a qualcosa di fugace che, solo per qualche minuto, può essere trattenuta e fermata: la poesia. A dimostrazione di quanto sia dispettosa, capita che grandi gioie da me vissute non mi abbiano ispirato alcun verso. Invece altri episodi, molto dolorosi, della mia esistenza si sono trasformati in composizioni. Grazie alle inattese visite della poesia sono riuscita a liberarmi dagli incubi, ad assaporare i miei sogni, a convivere con le mie illusioni e, soprattutto, con le mie delusioni. Per questo ho deciso di selezionare e raccogliere in un unico libro le mie poesie, liberamente illustrate con segni arcaici dal mio concittadino, il pittore Lino Pes. Non c’è un ordine cronologico ma i Quattro Elementi che costituiscono la materia del nostro universo: Fuoco, Terra, Acqua ed Aria mi sono sembrati i compagni di viaggio più adatti per seguire il percorso de “Il giostraio a riposo”. Questo personaggio, protagonista di una mia poesia, per me rappresenta tante cose. Intanto dedico il mio lavoro “A chi sulla giostra è appena salito, a chi ancora gira e a chi è già sceso”. Ognuno di noi, ad un certo punto della vita, per motivi diversi, può sentirsi un giostraio a riposo. E’ un’immagine che associo anche a luoghi, visti magari fuori stagione o in orari particolari. Mi è successo a Porto Rotondo guardando il mare d’inverno, a Olbia tra “…bambini e vecchi come fiori al sole nei vicoli di risate e negli angoli del pianto”, davanti alle vecchie miniere di Ingurtosu o sotto un “sortilegio d’albero” del Monte Arci. In questi posti e in altri ancora si è riposato il mio giostraio.
Prefazione di Bachisio Bandinu
Da dove vengono le parole della poesia e dove vanno? Vengono dall’invenzione e dal lavoro della memoria: pellicola impressionata di una esperienza vissuta dentro, che sollecita la pulsione della scrittura. Marella Giovannelli riannoda i fili della creazione poetica intorno agli elementi primordiali dell’acqua e del fuoco, della terra e dell’aria. Così i versi tracciano i linguaggi del corpo nella relazione col sole e col mare, con la pietra e col vento. Un corpo attraversato dai moti del cuore e dalle affezioni dell’animo. La poesia viene da un altrove e abita la parole nella sua dimora più intima, a un tempo familiare ed enigmatica. L’aria, il soffio, il vento. E’ la dimensione del volo e del sogno, anche di sogni gelati dal silenzio che si spengono, ignorati e derisi e che pure vanno alla ricerca di un soffio di vita. Il tempo vissuto si è imbattuto in anticipi stupiti e in ritardi confusi ma il poeta lo ricostruisce riannodando fili strappati e perdendo scialli d’oro. Tempo della rimembranza, trafitto da fughe e ritorni. Il fuoco inventa metafore di passione e di libertà, rimanda al significante sole nella sua lama di luce ma anche coi suoi raggi freddi come lame: sole lunatico/ eclisse di amori, e quel sole che si fa corpo dell’amato: caldo e superbo/ vibrante di bellezza, i cui raggi avvolgono la pelle che brucia e risplende. Bello come disco di sole infuocato. La terra è simbolo della forza e del rifugio, della violenza e dell’intimità. Ha la durezza dell’ossidiana e il mistero del bosco d’autunno. Familiarità del cortile e del giardino. E’ la pietra il grembo della terra dove vivo il buio mistero degli anfratti. E intanto il poeta ruba la forza ai graniti. L’acqua è nel ritmo dell’onda e nel sonno della palude, nella sua corsa di fiume e nell’acqua persa dove fioriscono le ninfee, acqua fonda e cupa di misteri. Mare come musica di colori e suoni, con la sua rabbia azzurra e col suo gioco di maree alte e basse. Nel delicato confine tra mare e terra si ergono gli scogli che raccontano leggende scolpite e storie incise, e che hanno sete di cielo e fame di abissi. Nella zattera senza vela, i sogni portati dal mare sono caldi di sole e liberi di vento. La poesia di Marella Giovannelli trova il suo punto più alto nella metafora della vita: Il giostraio a riposo/gira ancora in tondo. A vuoto. Una poesia con una ricca gamma di toni cromatici e musicali: c’è la pittura dell’intimità, passioni accese e spente, carezze rubate e perdute, ma anche l’incisione di graffi di artigli sulla pelle. I versi sussurrano spalmi di miele e gocce di veleno, urlano la violenza di un’adolescenza uccisa : corpo dilaniato/nodo mai sciolto/dolore cupo lacerante rosso. Ma la poesia è liberante e dona sentimenti e ragioni per lasciare alle spalle un passato di storie imbrogliate e destini confusi, e regalare tempi e spazi nuovi e provare ancora tensioni di vertigini.

domenica, dicembre 02, 2007

Dallo Yeti al Chupacabra tra leggende rilanciate e miti crollati

Testo con foto in Mara Malda per www.marellagiovannelli.com

Qualche giorno fa un gruppo di esploratori americani e nepalesi ha annunciato il ritrovamento di alcune impronte dello “yeti”, noto anche come l’abominevole uomo delle nevi. Stando ai comunicati diffusi da varie agenzie, la scoperta sarebbe stata fatta nella gelida regione di Khumbu, dove sorge il monte Everest, dal team di “Destination Truth” (Destinazione Verità). Questo è (o dovrebbe essere) il nome-garanzia di un seguitissimo programma televisivo USA su viaggi avventurosi ed imprese impossibili. Il fortunato gruppo di esploratori con telecamere era in Nepal per una settimana di ricerche & riprese. Durante una delle tante escursioni avrebbero ritrovato tre orme, considerate compatibili con quelle dello "yeti", sulla sponda del fiume Manju, a 2.850 metri di altezza. L'esploratore Josh Gates , mostrandone una, ha dichiarato “Non credo che si tratti dell’impronta di un orso, è qualcosa di misterioso”. Il nome Yeti deriva dal termine Sherpa “yeh-teh” che significa “quella cosa”…che sarebbe: un essere di altezza compresa tra 1.80 e 2.40 metri, ricoperto di una folta pelliccia di colore marrone scuro, nero o rossastro. Avrebbe una lunga capigliatura e braccia lunghe fino alle ginocchia. Secondo gli abitanti del Tibet esisterebbero due tipi di Yeti: il Dzu-teh (cosa grossa) e quindi più alto, e il Meh-teh, di altezza più ridotta. A favore dell'esistenza dello Yeti ci sarebbero impronte, testimonianze di avvistamenti e anche vari reperti anatomici, alcuni dei quali palesemente contraffatti. Il ritrovamento delle prime orme risale al 1889, quando il maggiore L. A. Waddell, avvisato dai suoi Sherpa, osservò delle enormi impronte impresse nella neve a oltre 5000 metri di quota. Nel 1921, durante una spedizione sull'Everest, ne furono individuate altre, sul lato meridionale della montagna a circa 6000 metri di quota. Nel 1951, una nuova spedizione individuò diverse tracce che proseguivano per circa un miglio. Queste vennero fotografate e ampiamente pubblicizzate. Nel 1972, ulteriori impronte furono individuate da una spedizione guidata da Edward Cronin. Esse mostravano un largo alluce e una disposizione asimmetrica delle rimanenti quattro dita. Nel 1925 il fotografo inglese N. A. Tombazi, della Royal Geographic Society, affermò di avere avvistato uno strano essere vicino al ghiacciaio del Zemu, a 4.500 metri di quota. La creatura aveva sembianze umane, camminava eretto, era di colore marrone e aveva un folto pelo. Nella zona dell'avvistamento furono trovate numerose impronte. Nel 1970, sul Monte Annapurna uno scalatore inglese di nome Don Whillans, allertato da strani suoni simili a urla, vide una figura scura simile a una grossa scimmia che scappò immediatamente. Whillans riuscì comunque ad osservarla con un binocolo per più di venti minuti prima che scomparisse. Reinold Messner, in un suo libro, ha raccontato di aver più volte osservato lo strano essere durante le sue spedizioni in Himalaya ma, secondo il celebre esploratore, lo Yeti sarebbe solo una specie particolare di orso. E, mentre la leggenda dello Yeti riprende quota grazie all’ultima scoperta (molto mediatica e non sappiamo quanto scientifica) un brutto colpo è stato inferto ad un altro mito. Quello del Chupacabra, animale fantastico ed inquietante ora declassato e definito una sorta di coyote con l’alopecia. Anche in questo caso il clamoroso verdetto è stato diffuso a livello planetario con una overdose di programmi televisivi (compreso l’italiano Voyager di Roberto Giacobbo), filmati sul web e articoli sui giornali di tutto il mondo.Eppure, nel corso degli anni, erano state raccolte “prove” fotografiche, reperti anatomici e testimonianze terribili che documentavano l’esistenza dell’animale-vampiro chiamato Chupacabra (succhia capre). La bruttissima bestia, specializzata nel dissanguare bestiame e galline, per anni ha seminato il panico in Messico, Guatemala, Ecuador, Costa Rica e coste della Florida. Il primo avvistamento del Chupacabra, conosciuto anche come EBA (entità biologica anomala) risale al 1975 a Puerto Rico. Questo essere (che ha attirato l’attenzione di ufologi, biologi e criptozoologi) sarebbe dotato di un'appendice in grado di penetrare nei tessuti e nelle ossa delle vittime iniettando una sostanza che impedisce il rigor mortis nelle vittime. Praticando tre fori triangolari all'altezza della giugulare e servendosi della suddetta appendice il chupacabra dissangua la vittima cauterizzando la ferita all'istante, asportando anche organi interni e parti di materiale biologico. Di recente, a Cuero, in Texas, una strana carogna è stata rinvenuta dalla signora Phylis Canion, già colpita da una strage di galline nel suo pollaio. Per lei è quel che resta di un famigerato Chupacabra. L’intrepida donna ha tagliato la testa all’animale (tenuto in freezer tra una foto e una ripresa televisiva) chiedendo il test del Dna. Lo zoologo Mike Forstner, che ha curato le successive analisi del DNA, ha indicato il codice genetico del chupacabra come “quasi identico” a quello di un comune coyote, precisando che le differenze rilevate non erano tali da far ipotizzare che il cadavere appartenesse a una specie diversa. Le anomalie come la pelle glabra e il difetto di dentatura sono spiegabili come connotazioni patologiche.

martedì, novembre 27, 2007

Francesco (Cecco) Dotti ironico e dissacrante è finito nella Rete

Testo di Mara Malda con vignette di Francesco Dotti in www.marellagiovannelli.com

“Ciao a tutti! Finalmente anche CeccoDotti appare sul blog. Ora spero solo di riuscire a mantenermicisivi... Comunque, trovandomi costretto in seguito a dover colmare il vuoto in rete causato da una mia prematura, quanto probabile dipartita, ho già pensato ad un mio clone.”
Per annunciare la sua comparsa in Rete http://ceccodotti.blogspot.com/ il disegnatore Francesco Dotti ha scelto la sua arma preferita: l’ironia. Nel suo neonato sito internet ha appena pubblicato, con il titolo AUDACES FORTUNA IUVAT, un articolo surreal-satirico che inizia così:
“Ieri sera, quando sono andato a letto, ho riflettuto a lungo sulla situazione della sorella di Celentano che, tra l’altro, ha anche il lavandino intasato. Effettivamente, come il Molleggiato afferma, non è per niente buona. La situazione.
Me lo aveva già detto tempo fa un mio prozio di Sessa Aurunca di Sotto, prima che lo arrestassero per non avere esposto il disco orario. Lo aveva incastrato un ausiliario del traffico, abusivo e travestito da lavavetri. Condannato, prima a tre anni e poi a sei perché recidivo (aveva parcheggiato il motorino sulle strisce pedonali), il prozio di Sessa Aurunca di Sotto si aspettava di scontare la condanna in un residence di San Benedetto del Tronto. Ma il giudice, inflessibile, gli disse che nei residence di San Benedetto del Tronto ci può andare solo chi, ubriaco o con un tasso alcolico da cantina sociale, investe e ammazza almeno quattro persone. Così fu spedito ad Alcatraz….”.
Vignettista eclettico, irriverente, un po' scervellato ma geniale, di origine toscane, olbiese d'adozione (e non lo molliamo), Francesco alias CeccoDotti è irresistibile anche in versione blogger. Nato a Pistoia, vive in Sardegna dal 1970; già collaboratore del Vernacoliere ha vinto vari concorsi nazionali di satira.
Ha partecipato a numerose mostre e disegnato vignette per trasmissioni televisive (tra le quali Linea Blu su Rai Uno) e diverse testate giornalistiche come “La Nuova Sardegna”, “L’Unione Sarda”, la “Gazzetta di Porto Rotondo”. Qualche anno fa, per le edizioni Taphros di Olbia, Francesco Dotti ha pubblicato “Ti sbatto in Sardegna!”, una mini-raccolta di vignette. E’ invece del 2007 il libro “Alla scoperta della Sardegna”, del quale ha curato sia i testi che le illustrazioni.
Sono 147 acquerelli che vanno ad arricchire il racconto semplice ed accattivante della lunghissima e complicata storia isolana. Attualmente Dotti sta lavorando alla sua prossima opera: “La Sardegna illustrata, tra realtà e leggenda”, insieme all’amico e collega veneziano Lele Vianello, una delle matite più apprezzate del compianto Hugo Pratt, l’indimenticabile papà di Corto Maltese. E’ vivamente consigliata una visita al blog di Cecco Dotti che, tra le altre cose, riserva la sorpresa di un post intitolato “Gli Assiri a Olbia?”, pubblicato lo scorso 20 novembre.
Tutta da leggere l’inedita ed esilarante storia della scoperta di una tavoletta di trachite, recentemente ritrovata in una località imprecisata nei dintorni di Olbia, che porta la firma di Nabucodonosor. L’importantissimo reperto potrebbe addirittura rivoluzionare l'Antico Testamento…sempre secondo Francesco Dotti che, per il suo racconto, ha scelto un finale imprevedibile e dissacrante come tutto il resto.

domenica, novembre 11, 2007

Hillary nell’occhio del lesbo-ciclone con Huma

Testo e foto in www.marellagiovannelli.it (sez.Mara Malda)

Lo scorso settembre, un giornalista del magazine gay “The Advocate” aveva chiesto a Hillary Clinton: “How do you respond to the occasional rumor that you're a lesbian?"(Cosa risponde alle voci che la danno per lesbica?). Alla domanda, tanto impertinente quanto diretta, sulle sue presunte tendenze saffiche, l’aspirante presidente degli Stati Uniti, aveva risposto: “Non è vero. La gente dice tante cose su di me; è una cosa che non posso controllare. Diranno quello che vogliono, io davvero non ci faccio caso”.
La pubblica smentita di Hillary, da tempo al centro di un gay-gossip prima sotto traccia ed ora esploso, è arrivata dopo una lunga serie di freccette al veleno e bombette ad orologeria. Lanciate sotto forma di “rivelazioni” diffuse via radio, siti web, blog e carta stampata.
Sono stati fatti nomi e cognomi di varie signore e signorine biblicamente conosciute da Mrs.Clinton prima, durante e dopo la sua permanenza alla Casa Bianca. Si è ritorta contro di lei persino la sua adorazione per Eleanor Roosvelt, first lady dal 1932 al 1945. Una frase detta da Hillary: “Comunico spiritualmente con Eleanor Roosvelt, lei è il mio modello”, ha scatenato illazioni su “quale modello” dopo la divulgazione planetaria dell’epistolario amoroso che ha portato alla luce il trentennale legame della coppia Eleanor Roosvelt - Lorena Hickok.
Ora Hillary Clinton, malgrado la sua smentita, è finita nell’occhio del ciclone sessuale “H&H” che le stava girando intorno da molti mesi. Merito o colpa della bella musulmana Huma Abedin, sua giovane ed inseparabile collaboratrice indo-pakistana. Hillary, intervistata da “Vogue”, ha dichiarato: “Huma possiede l’energia di una ventenne, la sicurezza di una trentenne, l’esperienza di una quarantenne e la grazia di una cinquantenne: non ha orari, la sua combinazione di gentilezza e intelligenza sono senza pari e sono fortunata ad averla nella mia squadra”.
Il candidato alla presidenza Hillary Clinton ha coniato per la sua assistente il titolo di “traveling chief of staff” , una sorta di “capo di gabinetto viaggiante”. Per un insieme di doti e talenti non comuni, l’affascinante ed efficiente Huma non è fatta per restare dietro le quinte. Molti la considerano l’arma segreta di Hillary”; secondo altri, è lei, Huma, ad avere in pugno il senatore Clinton. Ma la macchina da guerra elettorale H&H oggi è a rischio per gli effetti diretti o collaterali di uno scandalo già dato in pasto, come il più succulento dei bocconi, a tutti i sondaggisti.

giovedì, novembre 01, 2007

La Cripta dei Chase in testa ai grandi gialli irrisolti

Testo di Mara Malda e foto in www.marellagiovannelli.com

Gialli ancora irrisolti di varie epoche figurano in una classifica pubblicata dal Times e tratta dall’ultimo libro di Albert Jack. Il primo dei dieci posti è occupato dal macabro caso della Cripta dei Chase alle Barbados. Resta insoluto l’enigma delle bare che, più volte, sono state ritrovate in punti diversi, rispetto a quelli originari, dentro la tomba della famiglia Chase.
Il fenomeno era iniziato nel 1808 quando i Chase, ricchi piantatori di canna da zucchero, acquistarono la cripta sigillata da una lastra di marmo. All’interno era rimasta la bara di legno con i resti di Thomasina Goddard, la precedente proprietaria. E, proprio su questa “presenza”, sembra ruotare il mistero.
Infatti, nell’arco di dieci anni, per ben sette volte, in occasione di altrettante sepolture, la cripta si presentava sigillata all’esterno e profanata al suo interno. Solo la bara della signora Goddard si trovava al posto suo mentre quelle dei Chase (due bambini, il padre e altri parenti) apparivano inspiegabilmente spostate, in disordine, come se fossero state spinte con forza e rabbia.
L’ennesimo episodio suscitò la reazione del Governatore dell’isola, Lord Combermore che, sul cemento ancora fresco della lastra tombale, fece imprimere il suo sigillo. Il 18 aprile del 1820 chiese di riaprire la cripta ma si trovò davanti al solito, terrificante scenario: l’unica bara al suo posto era quella di Thomasina Goddard mentre tutti i feretri della famiglia Chase erano a soqquadro.
Nessuna impronta per terra; perfettamente intatto il sigillo apposto da Lord Combermore l’anno precedente. A quel punto i Chase trasferirono tutte le bare di famiglia nel cimitero di Christ Church. Secondo molti, si sarebbero arresi al volitivo spirito della signora Goddard, ex proprietaria della cripta, per niente disposta a condividere lo spazio che considerava ancora suo, con i nuovi padroni.
La classifica dei misteri irrisolti più appassionanti vede in seconda posizione Agatha Christie che, nel 1926, sparì per dieci giorni in circostanze mai del tutto chiarite. Il terzo posto è per il dirottatore D.B. Cooper che, nel 1971, riuscì a paracadutarsi da un 727 con duecentomila dollari sulle spalle. Quarto è il mostro di Loch Ness seguito da un altro celebre enigma, questa volta di acqua salata, datato 1872: la sorte dell’equipaggio della Mary Celeste, un brigantino abbandonato nell'Arcipelago delle Azzorre. Nessuna traccia del capitano, di sua moglie, della loro bambina e dei sette marinai.
Sesta in classifica è la misteriosa (ancora oggi) scomparsa del musicista Glenn Miller. Al settimo e all’ottavo posto, ci sono due morti tinte di “giallo” secondo Albert Jack: Marilyn Monroe e Edgar Allan Poe. Solo nono è l’appassionante caso di Kaspar Hauser, il Fanciullo d'Europa. Per alcuni era un impostore, per altri un principe del Baden, vittima di un complotto dinastico. Il mistero della sua vita e della sua tragica fine (il 14 dicembre 1833, nel parco di Ansbach, venne pugnalato da uno sconosciuto e morì tre giorni dopo) ha ispirato 3.000 libri, 14.000 articoli, due film e numerose rappresentazioni teatrali.
Il decimo giallo riguarda la fine del Comandante Lionel ‘Buster’ Crabb, in servizio nella Riserva della Royal Navy, sparito il 19 aprile 1956 nel porto di Portsmouth durante un’immersione sotto la chiglia dell’incrociatore sovietico “Ordzhonikidze” che aveva portato il Maresciallo Bulganin e Nikita Kruschev in visita ufficiale al governo britannico.

mercoledì, ottobre 31, 2007

Nuragici= Shardana=Sardi di Sardegna? Si, secondo Giovanni Ugas

Testo e foto in www.marellagiovannelli.com

Nuragici = Shardana = Sardi di Sardegna. Lo sostiene, sempre più convinto, Giovanni Ugas, docente di Preistoria e Protostoria all’Università di Cagliari, impegnato nel completamento della sua trilogia sulla civiltà nuragica. Una quantità impressionante di dati archeologici e di riscontri (emersi da campagne di scavo, ricerche scientifiche e indagini dirette sulle fonti) è già contenuta nel primo volume, intitolato “L’alba dei nuraghi”, pubblicato lo scorso anno dalla casa editrice “Fabula”. Giovanni Ugas, in una lunga intervista rilasciata qualche giorno fa al giornalista Giancarlo Ghirra dell’Unione Sarda, ha ribadito la sua ipotesi (ma lui preferisce chiamarla certezza). Riguardo all'identificazione dei sardi negli Shardana e nei Popoli del Mare, Ugas fa notare che “le citazioni egiziane vanno dal XIV secolo, l'Egitto dei faraoni, all'XI, con la crisi dell'Impero ormai esplosa grazie anche agli attacchi degli Shardana. Questi trecento anni sono gli stessi dell'apice della civiltà dei nuragici.
Furono loro a salvare il grande faraone Ramses II nella battaglia di Qadesh contro gli Ittiti: gli Shardana, erano da 250 a 500, componevano la sua guardia personale, vero e proprio corpo d'élite in un esercito nel quale i combattenti arrivati dalla Sardegna erano alcune migliaia. Siamo intorno al 1285, e degli Shardana ritroveremo la presenza nel 1170, con Ramses III e le sue battaglie. Ma di loro si legge in testi più antichi, in bassorilievi e iscrizioni risalenti al 1365 nel tempio di Amenofi IV.
Guerrieri, probabilmente mercenari, si trovavano nelle guarnigioni come un corpo scelto ma anche come funzionari dell' intelligence, servizi segreti incaricati di spiare le mosse dei nemici in Palestina e a Biblos, in Libano, o Ugarit, aree occupate dagli egiziani. Comunque, gli Shardana sono un popolo egemone nel Mediterraneo occidentale, nel quale esercitano una leadership militare di lungo periodo, dal 1500 al 1200 e oltre avanti Cristo”.
Giovanni Ugas definisce “notevoli le rassomiglianze nell'abbigliamento dei guerrieri di Ramses II, ritratti nel tempio di Karnac e l'abbigliamento dei guerrieri nuragici nei bronzetti. Gli Egiziani descrivono gli Shardana e le loro armi proprio come i bronzetti nuragici del IX secolo ritraggono i guerrieri del passato, con scudo tondo, spadoni di grandi dimensioni, lance, pugnali. Li citano anche con timore, se Ramses II si vanta di averne fermato la flotta. Quel faraone ne parla anche come di suoi prigionieri, ma per ragioni di politica interna.
In realtà sono suoi alleati contro gli Ittiti e nel controllo del rame di Cipro, preziosa materia prima per l'economia e l'industria bellica del tempo. Un rame che circola nell'Isola in lingotti da 33 chili e 300 grammi, proveniente dalle miniere locali ma anche da Cipro, segno anche questo di potenza commerciale e di tecnologia militare: con il rame e le sue leghe si fanno spade, pugnali, armature. Saranno loro, insieme ai Lebush e ai Meshwess e altre popolazioni del Nord Africa a muovere nel XII secolo contro l'Egitto.
Attenzione alle date: nel 1183 cade Troia, si frantumano uno dopo l' altro l'impero miceneo, quello ittita, traballa forte persino quello egizio. Gli Shardana, i Sardi, hanno un ruolo dominante, insieme a popoli quali quelli che Erodoto chiama Maxwess, abitanti di fronte al lago Tirtonio, in Tunisia, proprio di fronte alla Sardegna. Una Sardegna di guerrieri e navigatori, che lasciò tracce in tutto il Mediterraneo”.
L’Isola avrebbe raggiunto la massima potenza militare e un grande sviluppo economico e sociale dal XIV all'XI secolo. Per Giovanni Ugas, "in quel periodo ci sono oltre ottomila nuraghi e 600mila abitanti, sparsi in circa tremila villaggi”. Le navi dei Sardi, per arrivare in Egitto utilizzavano due rotte, “quella del Nord, che passa per la Sicilia, Cipro e Creta, era più breve e meno pericolosa di quella meridionale, via Africa del Nord. Presumibilmente la navigazione durava una settimana, ovviamento con soste e punti di riferimento, quali il porto di Kommòs, a sud di Creta, dove sono state trovare ceramiche sarde”.

domenica, ottobre 28, 2007

Tra gli Dei non convenzionali e le Dolls non addomesticate di Gabriella Marazzi

Testo e foto in Mara Malda per www.marellagiovannelli.com
Dagli Dei alle Dolls, Gabriella Marazzi continua stupire e a colpire con i suoi ritratti dove è sempre l’umanità a prevalere. Divi, icone, celebrità si alternano a volti sconosciuti e le loro espressioni, mai scontate, rivelano sempre l’essenza della persona più che i lineamenti del personaggio.
L’artista modenese, in un sapiente gioco di equilibrio tra fotografia e pittura, riesce a cogliere frammenti di vita e di morte, forza e fragilità nei sorrisi compiaciuti e rassegnati, nella gestualità di seduzione e nevrosi, nelle smorfie di piacere e di dolore. “L’ironia amara, la rabbia, l’aggressività che possono sembrare solo disprezzo e sfida irriverente nelle mie opere nascondono in verità un infinito amore per la vita”.
Così dice la stessa Gabriella Marazzi che definisce le sue Dolls “bambole creative, arrabbiate, giocose e sensuali; matriarche giovani e femminili, a volte oggetto e soggetto”.
I volti sono quelli di donne celebri o sconosciute ma sempre capaci di comunicare emozioni e felicemente lontane dagli stereotipi convenzionali. La mostra resterà allestita fino al prossimo 3 novembre nella Galleria dell’Associazione culturale Renzo Cortina di Milano.
A chiudere il sipario sulle Dolls sarà Vittorio Sgarbi, estimatore e “presentatore” di tutte le mostre di Gabriella Marazzi, compresa l’antologica del dicembre 2006, intitolata “Dei?” alla Camera di Commercio di Parma.
Per Sgarbi “Gabriella Marazzi attraversa il mondo senza esserne contaminata. Non è distratta, non è solitaria, non è distaccata; è semplicemente altrove.
Ed è proprio questa estraneità, questa distanza dello sguardo, la condizione della sua ricerca, in nessun modo assimilabile all’iperrealismo o alla fotografia…Ognuna di queste donne ha il suo dramma, ha qualcosa che pesa loro addosso, non sono esseri normalmente addomesticati…
Il segno è contraddistinto da un certo lusso erotico nel tratteggio e dà il senso della velocità, del ritratto di una figura che non è mai in posa, pronta ad essere raccolta dall’occhio dell’artista, sembra anzi sempre còlta di sorpresa, come se colei che l’ha disegnata fosse passata in un lampo e l’avesse ritratta nella corsa dell’automobile.”
Un percorso di vita duro e intenso, segnato da picchi di gioia e sofferenza, ha forgiato Gabriella Marazzi, le cui donne, secondo Davide Laiolo, “paiono trasvolare nel vento, stropicciate dall’aria e ti guardano con occhi che, devi riconoscere, hanno da dire cose dolorose ma lo fanno con l’ironia di chi è convinto che le lagrime non servono più”.
Guerriera per natura e ribelle per temperamento, Gabriella, per Domenico Montalto “infilza il nostro perbenismo come farebbe una Artemisia Gentileschi recidiva ma depurata dal sadismo e dalla collera.
Un’Artemisia più tenera e femminile, abbarbicata al rovello di un “fare pittura” vissuto come estremo, ostinato ancoraggio all’intelligibilità delle cose, ai portati del cuore, al sogno - sia pure residuale - di una speranza che sia medicamento del dolore.”

sabato, ottobre 20, 2007

Salvatore Niffoi, l’Invidiato Sardo, conquista il Premio Manzoni a Lecco


Testo e foto di Mara Malda per www.marellagiovannelli.com

Salvatore Niffoi ha vinto il Premio Letterario A. Manzoni - Città di Lecco – 2007 per il romanzo “Ritorno a Baraule” (Adelphi). Lo scrittore sardo si è lasciato alle spalle Melo Freni, secondo con “Le stanze dell’attesa” (Viennepierre) e Laura Pariani, terza con “Dio non ama i bambini” (Einaudi). I tre titoli arrivati in finale sono stati selezionati fra sessanta opere, di autori italiani e stranieri, pubblicate tra il 1 giugno 2006 e il 31 maggio 2007.
Questa la motivazione della Giuria per il primo premio, consegnato a Salvatore Niffoi, venerdì 19 ottobre, al Teatro Sociale di Lecco:" Un Ritorno che è un viaggio nella memoria e nei suoi incubi. Alla ricerca della verità su se stesso, stremato dall’età e dalla malattia, il protagonista di questo “giallo” di respiro epico e solenne riscoprirà, accumulando le tessere di un mosaico tanto enigmatico quanto feroce, le passioni ancestrali di una terra che non conosce mediazione tra l’odio e l’amore. La Sardegna del romanzo di Niffoi parla la lingua densa e ispida, sospesa e irreale dei suoi paesaggi”.
A vincere la prima edizione del “Manzoni”, nel 2005, era stata la scrittrice Antonia Arslan con “La masseria delle allodole”, Editore Rizzoli, da cui è stato tratto l'omonimo film dei fratelli Taviani. Nel 2006, ad imporsi è stata un’altra “penna rosa”: Grazia Livi con “Lo sposo impaziente” (Garzanti).
Il Centro Nazionale Studi Manzoniani, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la Regione Lombardia, la Provincia e il Comune di Lecco sono fra gli enti promotori del Premio assegnato, quest’anno, a Salvatore Niffoi. Già vincitore del Campiello 2006, lo scrittore di Orani, al momento, si gode la traduzione dei suoi successi in undici lingue.
Presto ritroverà Mintonia negli affascinanti panni di Caterina Murino, protagonista del film tratto dalla sua “Vedova Scalza” e Carmine Pullana in quelli di Michele Placido, nella versione cinematografica di “Ritorno a Baraule”. Nella penisola e all’estero, Salvatore Niffoi continua a raccogliere soddisfazioni e riconoscimenti ma, anche lui, deve fare i conti con il famoso detto “Nemo propheta in patria”.
In Sardegna, infatti, deve digerire i frutti amari di un male antico: l’invidia. Alcune critiche sono incomprensibili, nella sostanza e nella forma, come il “conformisticamente macaronico”, tributato lo scorso settembre a Niffoi da Massimo Onofri. Tra gli intellettuali sardi, l’imbarazzante resurrezione dell’antico detto “Pocos, locos y male unidos”, è stata per ora frenata dall’antropologo e scrittore Giulio Angioni.
A chiusura di un suo articolo, pubblicato sulla Nuova Sardegna, qualche giorno dopo la sortita di Onofri, Angioni ha scritto “...non ha senso il fastidio per il successo di pubblico e di critica degli scrittori sardi più noti del momento che, si direbbe, tutto il mondo ci invidia. La Sardegna di oggi è anche il successo letterario di Niffoi e della Agus, di Todde e di Fois, irrobustito e supportato da eccellenze consolidate e nuove come quelle di Mannuzzu, di Ledda e di non pochi giovani, sulla solida roccia dei Deledda, Dessì, Satta, Lussu, Atzeni. L’onda c’è, e che sia lunga, magari anche, perché no?, con altre streghe e altri campielli”.

martedì, ottobre 16, 2007

Tra i 6 cibi più terrificanti del mondo saltella il Casu Marzu

Testo e foto in Mara Malda www.marellagiovannelli.com

L’articolo di Tim Cameron, su “I 6 cibi più terrificanti del mondo” pubblicato ed illustrato sul sito americano http://www.cracked.com/, sta facendo il giro del pianeta. La Sardegna si ritrova in classifica con il casu marzu, le cui “larve traslucenti sono capaci di saltare circa 15 cm in aria, rendendo questo l'unico formaggio al mondo che richiede protezione oculare quando lo si mangia. Il sapore è forte abbastanza da bruciare la lingua e gli stessi vermi qualche volta sopravvivono nell’intestino….” E qui il servizio prosegue con una irriferibile descrizione degli effetti (dati per certi, senza nemmeno un condizionale). Il povero casu marzu, infestato deliberatamente dalle larve della mosca casearia che crescono e si nutrono dello stesso formaggio, è al quinto posto. Precede, la sesta ed ultima classificata che è una specialità messicana: le Escamoles, uova di formiche giganti, legate da salsa guacamole. Più terrificante del casu marzu, è il quarto piazzato: il merluzzo norvegese lasciato per giorni nella soda caustica. La terza posizione in classifica è occupata da Baby Mice Wine: un vino di riso coreano dove fermentano topi appena nati e immersi nel liquido ancora vivi. La testa di pecora bollita (Pacha, Iraq), figura al secondo posto ma il giornalista, nella sua recensione, appare alquanto condizionato dagli occhi dell’animale, oltre che dalla quantità di ossa, ossicini e cartilagini. Più azzeccata sembra la scelta del primo classificato Balut, di origine filippina. Sono uova di anatra fecondate e bollite prima di schiudersi, quando lo scheletro del pulcino, già formato, è ancora di consistenza tenera.Inorriditi da simile compagnia, gli estimatori del formaggio marcio, noto anche come becciu, fattitu, frazigu, cunditu, gumpagadu, o casu modde. Secondo Massimo Marcone, docente al dipartimento di Scienze alimentari della University of Guelph (Ontario, Canada), il “casu marzu è un formaggio molto delicato, buono e sano”. Dopo aver effettuato una serie di esami biochimici, il professor Marcone ha “assolto” il formaggio marcio dei sardi, messo al bando, prima da una vecchia legge del 1962 (bollato come “alimento in putrefazione per cattivo stato di conservazione”) e poi dalle norme igieniche comunitarie. Il casu marzu (è preferibile chiamarlo casu modde), negli ultimi anni, ha imboccato la via della riabilitazione. Un comitato, con sede a Ossi, ha avviato la trafila per ottenere da Bruxelles il marchio Dop, lo stesso di cui si fregiano il Pecorino sardo, il Fiore sardo e il Pecorino romano. A portare avanti il progetto, finanziato anche dal Por Sardegna: la Cna sarda alimentare, la Cooperativa allevatori villanovesi e la Genuina di Ploaghe, con il supporto scientifico della facoltà di Veterinaria dell'Università di Sassari. Si punta a lasciare inalterata la qualità, arrivando a produrre il casu marzu in condizioni igieniche perfette.
E’ stato anche protagonista di due filmati, uno realizzato dal National Geographic, l’altro da Discovery Channel e mattatore in un simposio, tenuto qualche tempo fa, a Ollolai. Sono in tanti a chiedere la liberalizzazione, l’uscita dalla clandestinità dell’ospite segreto e ricercato di moltissimi sardi. Oggi però il formaggio con i vermi saltellanti è di nuovo bistrattato, questa volta a livello planetario, visto il suo inserimento nella classifica dei 6 cibi più terrificanti del mondo.

lunedì, ottobre 15, 2007

Domenica archeologica per una full immersion nella storia di Olbia


Testo e foto di Marella Giovannelli per www.marellagiovannelli.com
Davanti alle Tombe dei Giganti, i Nuragici praticavano il rito dell’incubazione. Dopo una preparazione che includeva il digiuno, si addormentavano e attendevano la guarigione, “portata” dai morti che apparivano in sogno.
Questo ed altri usi e costumi degli antichi popoli vissuti in Sardegna, sono stati raccontati dagli archeologi a più di trecento persone che, domenica, hanno partecipato alla manifestazione ArcheOlbia.
Novità assoluta per la città di Olbia, è stata organizzata (dall’amministrazione comunale e dalla Cooperativa Iolao) una mattinata di visite collettive, guidate e gratuite alla Tomba di Giganti di Su Monte ‘e S’Abe, al Pozzo Sacro di Sa Testa, all’Acquedotto Romano e al Museo. Un affollato convegno, tenuto sabato dagli archeologi coinvolti nell’iniziativa, aveva stimolato l’interesse e la curiosità del pubblico.
Gli studiosi hanno ricostruito e sintetizzato con l’ausilio di slides e diapositive, l’avvincente storia di Olbia, città tra le più antiche del Mediterraneo. Hanno anche fornito particolari inediti sui popoli che, nell’arco di 2.800 anni, hanno lasciato tracce della loro presenza sul territorio olbiese. Monumenti, reperti e frammenti, recuperati in enorme quantità durante scavi, sia occasionali che mirati, documentano l’età nuragica, l’insediamento dei Fenici, quello più consistente dei Greci (fondatori di Olbia, con Iolao, nel 630 a.C, secondo lo storico Pausania), la dominazione Cartaginese, quella Romana e l’arrivo dei Vandali che, ad Olbia, anticiparono il Medioevo.
L’idea di essere trasportati, con dei bus navetta, e guidati lungo un percorso ricco di storia, alla gente, non solo di Olbia, è piaciuta moltissimo. Intere famiglie, molte coppie e tanti giovani, si sono iscritti al tour e, domenica mattina, si sono ritrovati, puntuali alle nove, davanti al Municipio, vicino al porto vecchio. Look da Indiana Jones per i turisti, tute da ginnastica e scarponcini per i locali, tutti caricati nei bus diretti ai siti archeologici.
L’archeologo Agostino Amucano ha spiegato le caratteristiche della Tomba dei Giganti di Su Monte ‘e S’Abe che, con i suoi 28 metri è tra le più lunghe di tutta la Sardegna. Questi monumenti, completi di area cerimoniale e mensole per le offerte, sia all’esterno che all’interno, erano le sepolture collettive dei Nuragici.
Dal culto dei morti a quello dell’acqua, testimoniato dal Pozzo Sacro di Sa Testa, scoperto negli Anni Trenta ed utilizzato dai Nuragici, dai Punici e dai Romani. La prova di questa sorprendente continuità d’uso, è nel materiale ritrovato: tazze, monili in bronzo, testine in terracotta e bruciaprofumi di fattura punica; resti di anfore, coppe e statuine di età romana.
Il Pozzo Sacro è stato spiegato, in modo esauriente ed efficace, dalla giovane e bravissima Viviana Pinna. Molto apprezzata anche la visita, coordinata dall’archeologa Giovanna Pietra, all’Acquedotto Romano, uno dei meglio conservati della Sardegna.
A colpire i visitatori sono state soprattutto le arcate, costruite in opera cementizia (grande rivoluzione dei Romani), e l’imponente cisterna che, forse serviva alcune ville o fattorie di notevoli dimensioni.
Ultima tappa: il Museo Archeologico, con Rubens D’Oriano che ha guidato i vari gruppi lungo un percorso distribuito su due livelli. Già pronti gli spazi per accogliere, a breve, i primi due relitti restaurati delle antiche navi romane. I legni, riportati alla luce durante gli scavi per la realizzazione del tunnel, testimoniano l’affondamento ad opera dei Vandali, ricostruito anche con la tecnologia multimediale.
Altrettanto efficace è il maxi plastico del porto antico. Le preziose memorie dell’Olbia nuragica, fenicia, greca, cartaginese, romana e medioevale, messe adeguatamente in risalto, hanno sorpreso ed entusiasmato i tanti che ancora non conoscevano il Museo e il suo contenuto.

martedì, ottobre 09, 2007

Sulle tracce di Guttuso a Padru si ritrovano frammenti di vita occultata

Nella foto: opera congiunta a 4 mani tra Guttuso e Mister Luna dimensione 230x160 denominati Zodiaco, specchi Galleria Cà d'Oro Roma 1980.
Nel ventennale della morte del grande pittore siciliano, la mostra allestita dalla Provincia di Potenza e curata da Rino Cardone, è stata riproposta a Padru, piccolo paese gallurese a pochi chilometri da Olbia, con il titolo “Sulle tracce di Guttuso”. Nel programma (auto-imposto dalla "Biennale Isole") sui Maestri del Novecento che, in qualche misura, hanno avuto a che fare con la Gallura, non poteva mancare Renato Guttuso. L’artista, già celebre, arrivò in Sardegna nel 1963 per presiedere il 3° Premio di Pittura “Città di Olbia”. La scelta del Maestro siciliano, come Presidente della Giuria, fu dovuta alla sua fama e a motivazioni politiche. Nel catalogo della mostra di Padru è riportata una foto del 1963, pubblicata, a suo tempo, anche nella Nuova Sardegna, dove il Maestro Guttuso, affiancato da Aldo Cesaraccio noto “Frumentario” e dal professor Gerolamo Sotgiu, premia il pittore Lino Pes, allora ventitreenne, attualmente direttore del Premio Isole ed inventore della Rassegna Maestri del Novecento. “Galeotto” per l’accettazione dell’invito, da parte del pittore, fu, forse, un amore locale e clandestino. Nei pochi giorni trascorsi ad Olbia, Guttuso fu infatti ospite, in varie circostanze, presso i parenti dell’allora sua “Musa ispiratrice” che trascorreva lunghi periodi ad Olbia ma, solitamente, viveva a Roma. Dall’amorosa amicizia fra Renato Guttuso e la signora C.P., nacque Antonello che, nella fase finale e travagliata della vita terrena di Guttuso, si ritrovò (per poi sparire una volta tacitato con un sostanzioso assegno), al centro di una controversa questione ereditaria. Ad essere coinvolti, in diversa misura e a vario titolo furono, tra gli altri: la contessa Marta Marzotto sua amante e modella per vent’anni (allontanata dal letto di morte per una presunta “conversione” del Maestro); la signora C.P.,madre di Antonello (unico figlio naturale del pittore); i parenti di Mimise Dotti (moglie di Guttuso, morta pochi mesi prima di lui) e il segretario tuttofare Fabio Carapezza che l’artista siciliano, per la regia di un notissimo uomo politico e di un illustre prelato, adottò, a tempi di record, tre mesi prima di morire. In quegli anni, Carapezza, come non tutti sanno, era il fidanzato di Marisa Laurito che, in un popolarissimo programma di Renzo Arbore, l’aveva ribattezzato, in modo alquanto irriverente, “Scrapizza” (con la erre arrotata), diventato un personaggio-cult della trasmissione. Completato l’iter della adozione-lampo, l’ex “Scrapizza” oggi Fabio Carapezza Guttuso, presiede la Commissione Mibac , per la sicurezza del patrimonio culturale nazionale e gestisce l’intero lascito artistico del Maestro, attraverso l'Associazione Archivi Guttuso (www.guttuso.com). Nel sito ufficiale si legge che è “nata per promuovere la conoscenza dell'opera di Guttuso e la sua catalogazione, ha sede nello studio del Pittore a Palazzo del Grillo a Roma”. Inoltre si specifica che tale istituzione “ha la rappresentanza legale dell'Artista, per la difesa dell'opera e della memoria”. Ma, visto che si parla di “memoria”, nella biografia di Renato Guttuso, riportata sul sito, non c’è traccia, neanche una minima citazione del rapporto dell’Artista con Marta Marzotto. La mancanza di memoria, in questo caso, cancella anche il sodalizio artistico tra il pittore e la modella, comunque riconoscibilissima in numerose composizioni e studi preparatori. Le tracce di Guttuso in Gallura portano anche all’invenzione scenografica della terrazza mediterranea nel salotto e nel bagno dell’ex villa Marzotto a Porto Rotondo.

Dove vai Velázquez?


Testo e foto in www.marellagiovannelli.com (sezione Marella Giovannelli)

"Dove vai Velázquez?"
Questo scritto, curioso in tutti i sensi, opera non recente del pittore olbiese Lino Pes, è un omaggio d'amore e provocazione al celebre artista spagnolo, definito nel 1752 da Jacques Lacombe “genio ardito e penetrante, pennello fiero, colore vigoroso e tocco energico”.

"Le niñas hanno occhi che vedono
il tuo amore diverso per i nani
Dove vai Velázquez?
La stanza del Retiro
umida d'orina
non contiene la tua ombra
oltre la porta.
Venere allo specchio
ha smesso i panni neri
della dama col ventaglio e al frusciare di seta
stringe le grandi labbra.
Dove vai Velázquez?
Tu non hai brividi
per la donna dietro la tenda ?
Il cane del re
non può che sognare la caccia
o nascondere la coda
alla molestia del fanciullo.
Dove vai Velázquez?
Tu che conosci il sudore minuto
e il ghigno malato del papa
Dove vai Velázquez?
La verga rossa del buffone
castiga i nani.
Il ragazzo di Vallecas
ride dell'Infante
e il principe Baltasar
piscia sui broccati vermigli.
Dimentica i santi Velázquez !
Quando le ore bussano alla porta
socchiusa ai campanelli d'ottone
le niñas hanno occhi grandi di cane
e vedono il tuo amore diverso
per i nani.
Dove vai Velázquez?"

mercoledì, ottobre 03, 2007

Quell'estate del 1986 con Margaux Hemingway a Porto Rotondo




“It is the same old story (no love and glory!)”. Questa frase è contenuta in una cartolina postale che, l’altro giorno, mi sono ritrovata fra le mani. Ad inviarmela, nell’ottobre del 1986, era stata Margaux Hemingway, amica bella e sfortunata, che, quell’estate, aveva trascorso le sue vacanze ospite di Enrico Coveri, in una villa da lui presa in affitto a Porto Rotondo, nell’insenatura di Punta Volpe. La stessa villa, qualche tempo dopo, è stata acquistata da Veronica Lario Berlusconi che, a sua volta, qualche anno fa, ha venduto la grande casa, a pochi metri dal mare, al russo Roustam Tariko.
Nel 1986 Margaux aveva 31 anni, una carriera di attrice e top-model già alle spalle. Invitata a Porto Rotondo da Enrico Coveri (geniale stilista, morto nel 1990), la nipote del grande scrittore Ernest Hemingway, arrivò preceduta dalla sua fama di donna splendida, protagonista del jet-set internazionale, ricercata nel mondo del cinema e in quello della moda.
Margaux invece, spiazzò tutti. Era di una semplicità disarmante; sempre inquieta, a volte triste. Succedeva quando parlava delle sue storie d’amore fallite, dei chili che non riusciva a perdere, delle delusioni professionali e della solitudine da cui era ossessionata.
Ma, dopo qualche giorno, recuperò un’allegria contagiosa riscoprendo l’amore per il mare, lo sport e il cibo sano. Mi ricordo le nuotate al largo di Punta Volpe; lei amava indossare, anche in acqua, una maglietta bianca. Una sera le presentai un avvocato romano, nostro amico e ospite a casa mia, a Porto Rotondo. Margaux e Roberto si piacevano anche se, entrambi, si portavano dietro ricordi, non smaltiti, di storie precedenti. Memorabile fu una trasferta-lampo da Porto Rotondo a Palma di Maiorca per una festa della De Beers.
Avevano invitato Margaux come testimonial e lei chiese a me e a Roberto di accompagnarla. Ci disse che un aereo privato ci aspettava ad Olbia ma, arrivati al “Costa Smeralda”, ci trovammo davanti a un aeroplanino che sembrava un giocattolo tanto era piccolo. Roberto ed io volevamo tornare indietro ma Margaux ci convinse a salire, invitandoci “ad affogare la paura nello champagne “ che lei, previdente, aveva portato. Arrivammo a Palma di Maiorca in uno stato allegramente confusionale tanto che, di quella festa, non ricordo assolutamente nulla. Comunque ritornammo sani e salvi a Porto Rotondo e, a fine estate, Margaux partì in una forma sicuramente migliore di quando era arrivata. A ottobre ricevetti quella cartolina dove, tra l’altro, lei mi scriveva “Come and visit me”, cosa che, purtroppo, non ho mai fatto.
Dieci anni dopo quella vacanza sarda, il 1 luglio 1996, a Santa Monica, in California, Margaux si è tolta la vita con una overdose di sedativi, esattamente nel trentacinquesimo anniversario del suicidio di suo nonno Ernest Hemingway. Margaux mi aveva parlato più volte di quel destino tragico che aveva unito il celebre nonno, il bisnonno Clarence, lo zio Leicester e la zia Ursula. Suoi incubi costanti erano la catena dei suicidi e le storie di alcolismo all’interno della famiglia Hemingway.
Ad accompagnare la notizia della morte di Margaux, una specie di bollettino della disperazione, dove si ricordava il suo ricovero al Betty Ford Center nel 1988, la bancarotta del 1990 e un arido elenco dei cosiddetti “fattori di rischio”, comprendente l’alcolismo, l’epilessia e la bulimia. A me, di Margaux, morta senza amore e senza gloria, restano solo quella cartolina dell’ottobre 1986 e dei bellissimi ricordi.