Testo e foto www.marellagiovannelli.com (sez.Marella Giovannelli)
Irresistibile MySpace: ci sono cascata anche io e, in questi giorni, sto “arredando” il mio nuovo indirizzo www.myspace.com/marellagiovannelli. Lo considero una via di mezzo tra una vetrina promozionale e un parco giochi per i momenti di relax ma, ad intrigarmi, è soprattutto la facilità dello strumento.
Semplice la procedura per la creazione del Profilo, divertente la possibilità di “giocare” con le immagini che possono essere inserite in tanti modi, reali le potezialità del sistema. Navigando nell’infinito mare di MySpace la mia prima, banalissima considerazione è stata: “Il mondo è bello perché è vario”. E non potrebbe essere più variegata la sterminata popolazione di MySpace. Le sue attrattive sono infinite, soprattutto per chi è affascinato dal nuovo e dall’ignoto.
Per gli amanti delle celebrities nazionali ed internazionali il divertimento è assicurato visto il proliferare di cantanti, attori e personaggi famosi, presenti e attivi sul portale. C’è chi spera (e alcuni ci riescono) di raggiungere la popolarità grazie alla rete planetaria di contatti allacciati su MySpace.
Ma sono in tanti (e non solo i giovani) ad utilizzare il sito semplicemente per socializzare, come luogo di ritrovo e aggregazione, la piazza virtuale di un villaggio sempre più globale. In un recente articolo, firmato da Cristina Casadei e pubblicato su “Il Sole 24 Ore”, si analizza il trionfo del social networking, diventato sinonimo di MySpace, sbarcato in Italia nel maggio dello scorso anno.
Il portale americano, acquisito da Rupert Murdoch per 580 milioni di dollari nel 2005, festeggia il suo primo compleanno italiano con cifre da capogiro. L'incremento degli utenti unici è stato del 70% e, oggi, sono due milioni e 200mila ogni mese.
Un milione e 470mila sono invece coloro che si sono costruiti uno spazio su questa rete molto amata da artisti, musicisti, designer, fotografi. Ogni 20 secondi sul network viene inserito un nuovo profilo e così l'Italia risulta il Paese con la crescita maggiore in Europa.
Siti e foto by Marella Giovannelli (Mara Malda)
venerdì, maggio 30, 2008
domenica, maggio 25, 2008
A Porto Rotondo spunta il Campanile: grazie anche a Krizia

Testo e foto in http://www.marellagiovannelli.com/ (sez.Mara Malda)
Sarà inaugurato il prossimo 21 giugno il Campanile in legno di Porto Rotondo, unico al mondo, sia per i materiali usati che per le sue dimensioni. La torre campanaria, alta 22 metri, nasce da un progetto di Mario Ceroli e Gianfranco Fini.
Il disegno originale, risalente agli anni Settanta, è stato rielaborato dall’architetto Sergio Malgaretto, dal punto di vista costruttivo e statico. Da alcuni giorni si sta lavorando al montaggio della torre mentre sono già partiti gli inviti per una giornata sacra & profana, organizzata dal Conte Luigi Donà dalle Rose, presidente della Fondazione.
Sul biglietto d’invito spicca la dicitura: “Non ci sono parole per esprimere la nostra riconoscenza a Mariuccia Mandelli, da tutti conosciuta come Krizia, per la sua straordinaria generosità e sensibilità artistica che ha permesso la costruzione di questa opera d’arte”. Sarà presente lo scultore Mario Ceroli, autore anche del nuovo e magnifico portone in vetro della Chiesa portorotondina di San Lorenzo.
Portone e Campanile saranno inaugurati durante la stessa mattinata che culminerà nella Messa solenne celebrata dal Vescovo Mons.Sebastiano Sanguinetti. La torre è caratterizzata da sei campate e sulla sua sommità verrà posta una cuspide, sempre in legno, ma rivestita di rame. Il disegno originale, firmato Ceroli-Fini, prevedeva, come posizionamento del campanile, la parte anteriore della Chiesa di San Lorenzo, affacciata sulla scalinata che porta sulla Piazzetta San Marco.
Invece, considerati vari aspetti logistici e i flussi dei passaggi pedonali, si è deciso di collocare la torre campanaria sul retro dell’edificio sacro. Qui è stata individuata un’area, destinata esclusivamente ad ospitare un’opera tanto singolare quanto suggestiva. L’architetto Sergio Malgaretto è riuscito, senza alterare il progetto iniziale, ad “attualizzarlo” riguardo alla tecnica costruttiva e alle soluzioni tecnologiche.
Inoltre, rispetto al primo disegno, è stata aumentata l’altezza del campanile, proprio in funzione di una visibilità ottimale anche per chi arriva a Porto Rotondo dal mare”.
Il disegno originale, risalente agli anni Settanta, è stato rielaborato dall’architetto Sergio Malgaretto, dal punto di vista costruttivo e statico. Da alcuni giorni si sta lavorando al montaggio della torre mentre sono già partiti gli inviti per una giornata sacra & profana, organizzata dal Conte Luigi Donà dalle Rose, presidente della Fondazione.
Sul biglietto d’invito spicca la dicitura: “Non ci sono parole per esprimere la nostra riconoscenza a Mariuccia Mandelli, da tutti conosciuta come Krizia, per la sua straordinaria generosità e sensibilità artistica che ha permesso la costruzione di questa opera d’arte”. Sarà presente lo scultore Mario Ceroli, autore anche del nuovo e magnifico portone in vetro della Chiesa portorotondina di San Lorenzo.
Portone e Campanile saranno inaugurati durante la stessa mattinata che culminerà nella Messa solenne celebrata dal Vescovo Mons.Sebastiano Sanguinetti. La torre è caratterizzata da sei campate e sulla sua sommità verrà posta una cuspide, sempre in legno, ma rivestita di rame. Il disegno originale, firmato Ceroli-Fini, prevedeva, come posizionamento del campanile, la parte anteriore della Chiesa di San Lorenzo, affacciata sulla scalinata che porta sulla Piazzetta San Marco.
Invece, considerati vari aspetti logistici e i flussi dei passaggi pedonali, si è deciso di collocare la torre campanaria sul retro dell’edificio sacro. Qui è stata individuata un’area, destinata esclusivamente ad ospitare un’opera tanto singolare quanto suggestiva. L’architetto Sergio Malgaretto è riuscito, senza alterare il progetto iniziale, ad “attualizzarlo” riguardo alla tecnica costruttiva e alle soluzioni tecnologiche.
Inoltre, rispetto al primo disegno, è stata aumentata l’altezza del campanile, proprio in funzione di una visibilità ottimale anche per chi arriva a Porto Rotondo dal mare”.
lunedì, maggio 05, 2008
Tra campanacci e fuochi d’artificio arrivederci al polo in Costa Smeralda

Testo e foto di Mara Malda in www.marellagiovannelli.com
Al Cala di Volpe, con un campanaccio gigante regalato a Mrs. Laurel Barrack e i ringraziamenti a tutti i cavalieri e ai cavalli arrivati da mezzo mondo, si è chiuso tra balli e fuochi d’artificio, (ripresi con il cellulare da Valeria Marini in versione sexy-tecnologica), il torneo di polo Jaeger-Le Coultre-Spring Gold Cup 2008.
L’edizione primaverile ha visto il successo del team austriaco Green House (guidato da Robert Kofler) che, nella finalissima al Centro Ippico Shergan, tra San Pantaleo e Porto Cervo, ha battuto proprio la squadra del main sponsor Jaeger-LeCoultre, capitanata dal romano Simone Chiarella, campione europeo in carica.
Al terzo posto è finito il Cala di Volpe che ha superato l’Audi, mentre nel match giocato per la definizione del 5° e 6° posto, il polo team Deutsche Bank PWM si è imposto su Tecnomar.
A rendere meno amaro il penultimo posto della Deutsche Bank, una cena “preventiva” ma squisita, organizzata dalla pierre Paola Mazzuccato la sera prima delle finali, nel ristorante di Gianni Pedrinelli. Tra prime colazioni continentali con prolunghe in brunch ed aperitivi estesi a pranzi, merende e cene, si è creato un certo ingorgo di appuntamenti conviviali nella settimana del polo.
Salvi solo i cavalli dall’indigestione di mondanità anticipata. Inoltre, visto il caldo già estivo a primavera, pare più che opportuna la decisione di giocare in notturna il torneo di polo, fissato per il prossimo mese di luglio. A sorpresa, la visita dell’asso messicano Guillermo Gracida (nella squadra del Cala di Volpe insieme a Tom Barrack) al Museo archeologico di Olbia.
Accompagnato dalla signora Barrack, con altri amici al seguito, il Memo fuoriclasse del polo ha ammirato il relitto restaurato di un’antica nave affondata dai Vandali e gli altri reperti di età nuragica, punica, fenicia, greca, romana e medioevale, tutti ritrovati nel territorio di Olbia.
Tra le curiosità del torneo e dintorni: il passaggio-passeggio di Lele Mora con amici decorativi al seguito, nella piazzetta di Porto Cervo proprio mentre ai cavalieri stivaluti del polo venivano consegnate le maglie ufficiali. Non sole ma accompagnate dagli occhiali da sole portati sul palco dallo sponsor Marcolin in carne ed ossa elegantemente vestite.
Tornando al Cala di Volpe dove si è svolta la cena di gala, l’albergo ha riaperto dopo il letargo invernale e un “lifting d’autore” firmato da Savin Couelle, figlio d’arte che ha sapientemente attualizzato le geniali intuizioni stilistiche già applicate da suo padre Jacques nell’hotel più bello e suggestivo della Costa Smeralda.
Altra novità molto positiva, annunciata dal maltese Hans Cauchi, general manager del Cala di Volpe, sta in una dose maggiore di Sardegna nei gusti, nei profumi e nei sapori. Quest’anno, la clientela cosmopolita degli alberghi Starwood in Costa Smeralda potrà trovare persino i cioccolatini e lo champagne “made in Sardinia”.
L’edizione primaverile ha visto il successo del team austriaco Green House (guidato da Robert Kofler) che, nella finalissima al Centro Ippico Shergan, tra San Pantaleo e Porto Cervo, ha battuto proprio la squadra del main sponsor Jaeger-LeCoultre, capitanata dal romano Simone Chiarella, campione europeo in carica.
Al terzo posto è finito il Cala di Volpe che ha superato l’Audi, mentre nel match giocato per la definizione del 5° e 6° posto, il polo team Deutsche Bank PWM si è imposto su Tecnomar.
A rendere meno amaro il penultimo posto della Deutsche Bank, una cena “preventiva” ma squisita, organizzata dalla pierre Paola Mazzuccato la sera prima delle finali, nel ristorante di Gianni Pedrinelli. Tra prime colazioni continentali con prolunghe in brunch ed aperitivi estesi a pranzi, merende e cene, si è creato un certo ingorgo di appuntamenti conviviali nella settimana del polo.
Salvi solo i cavalli dall’indigestione di mondanità anticipata. Inoltre, visto il caldo già estivo a primavera, pare più che opportuna la decisione di giocare in notturna il torneo di polo, fissato per il prossimo mese di luglio. A sorpresa, la visita dell’asso messicano Guillermo Gracida (nella squadra del Cala di Volpe insieme a Tom Barrack) al Museo archeologico di Olbia.
Accompagnato dalla signora Barrack, con altri amici al seguito, il Memo fuoriclasse del polo ha ammirato il relitto restaurato di un’antica nave affondata dai Vandali e gli altri reperti di età nuragica, punica, fenicia, greca, romana e medioevale, tutti ritrovati nel territorio di Olbia.
Tra le curiosità del torneo e dintorni: il passaggio-passeggio di Lele Mora con amici decorativi al seguito, nella piazzetta di Porto Cervo proprio mentre ai cavalieri stivaluti del polo venivano consegnate le maglie ufficiali. Non sole ma accompagnate dagli occhiali da sole portati sul palco dallo sponsor Marcolin in carne ed ossa elegantemente vestite.
Tornando al Cala di Volpe dove si è svolta la cena di gala, l’albergo ha riaperto dopo il letargo invernale e un “lifting d’autore” firmato da Savin Couelle, figlio d’arte che ha sapientemente attualizzato le geniali intuizioni stilistiche già applicate da suo padre Jacques nell’hotel più bello e suggestivo della Costa Smeralda.
Altra novità molto positiva, annunciata dal maltese Hans Cauchi, general manager del Cala di Volpe, sta in una dose maggiore di Sardegna nei gusti, nei profumi e nei sapori. Quest’anno, la clientela cosmopolita degli alberghi Starwood in Costa Smeralda potrà trovare persino i cioccolatini e lo champagne “made in Sardinia”.
lunedì, aprile 21, 2008
Curiosità maramalde post-conferenza congiunta Berlusconi & Putin
Testo e foto di Mara Malda in www.marellagiovannelli.com
La conferenza stampa congiunta di Silvio Berlusconi e Vladimir Putin nella camaleontica e vitrea struttura dell’auditorium-serra della Certosa, finirà a Ballarò con un contorno di farfalle grandi come pipistrelli e grappoli di bozzoli tra le orchidee.
L’informalità della sala, attrezzata a tempo di record, ha stupito anche i cronisti più trasgressivi ipnotizzati da un gruppone discinto di donnine in bronzo rimasto sul pavimento, ancora caldo della nottata Bagaglina.
Molto amena anche la zona toilette, decorata con giocose e burrose figurine, sempre femminili. La casa delle farfalle tropicali, sistemata all’interno dell’auditorium, sarà gemellata con lo zoo di Mosca mentre un grande acquario verrà realizzato dove l’altro giorno hanno posizionato la cabina di regia per il duo Berlusconi-Putin.
Silvio e Vladimir si sono presentati in forte ritardo ma con le cravatte praticamente uguali, entrambe blu a pois bianchi.
Circostanza voluta o casuale in questa conferenza anomala oltre che informale? Dal probabile minivertice concordato sulla cravatta alla domanda pseudo-impertinente della giornalista russa, rimbrottata da Putin e scherzosamente “mitragliata” da Berlusconi.
La gaffe del Cavaliere, secondo alcuni, potrebbe essere stato l’unico momento vero (anche se basso) di una sceneggiata studiata a tavolino per stroncare il gossip sul presidente russo.
Intanto, al museo dei cactus, al giardino degli ibiscus, al palmeto e all’orto mediceo del Premier in pectore sempre più Giardiniere, sta per aggiungersi il labirinto delle camelie con mille piante di colori e specie differenti.
La conferenza stampa congiunta di Silvio Berlusconi e Vladimir Putin nella camaleontica e vitrea struttura dell’auditorium-serra della Certosa, finirà a Ballarò con un contorno di farfalle grandi come pipistrelli e grappoli di bozzoli tra le orchidee.
L’informalità della sala, attrezzata a tempo di record, ha stupito anche i cronisti più trasgressivi ipnotizzati da un gruppone discinto di donnine in bronzo rimasto sul pavimento, ancora caldo della nottata Bagaglina.
Molto amena anche la zona toilette, decorata con giocose e burrose figurine, sempre femminili. La casa delle farfalle tropicali, sistemata all’interno dell’auditorium, sarà gemellata con lo zoo di Mosca mentre un grande acquario verrà realizzato dove l’altro giorno hanno posizionato la cabina di regia per il duo Berlusconi-Putin.
Silvio e Vladimir si sono presentati in forte ritardo ma con le cravatte praticamente uguali, entrambe blu a pois bianchi.
Circostanza voluta o casuale in questa conferenza anomala oltre che informale? Dal probabile minivertice concordato sulla cravatta alla domanda pseudo-impertinente della giornalista russa, rimbrottata da Putin e scherzosamente “mitragliata” da Berlusconi.
La gaffe del Cavaliere, secondo alcuni, potrebbe essere stato l’unico momento vero (anche se basso) di una sceneggiata studiata a tavolino per stroncare il gossip sul presidente russo.
Intanto, al museo dei cactus, al giardino degli ibiscus, al palmeto e all’orto mediceo del Premier in pectore sempre più Giardiniere, sta per aggiungersi il labirinto delle camelie con mille piante di colori e specie differenti.
venerdì, aprile 18, 2008
Gossip-siluro lanciato al duo Putin e Berlusconi in conferenza stampa

Testo e foto in www.marellagiovannelli.com (sez.Mara Malda)
Nella serra-farfallario (che presto ospiterà anche un acquario tropicale) si è tenuta la conferenza stampa congiunta del premier in pectore Silvio Berlusconi e del presidente russo Vladimir Putin.
Provvidenziale il rinfresco con dolci sardi fatti in casa, vini bianchi e rossi (Turriga compreso) per la stampa locale, nazionale ed internazionale. Giornalisti e fotografi, nella lunga attesa dei due leader, hanno potuto fare prima colazione ed aperitivo. Berlusconi è arrivato guidando personalmente una macchinina “da parco” e, insieme all’amico Vladimiro, entrambi in giacca e cravatta, hanno subito affrontato gli argomenti annunciati.
Tutto secondo copione fino alla domanda galeotta posta da Natalya Melikova. Esilarante la reazione di Berlusconi che, dopo aver scrollato il capo più volte in segno di disapprovazione, ha mimato il gesto della fucilazione.
Bersaglio: la bionda e minuta giornalista russa della Nezavsinaya Gazeta che, armata di microfono e tradotta da un interprete degno di un cartone animato, ha chiesto lumi a Vladimir Putin sulla sua presunta nuova storia d'amore con l'ex ginnasta medaglia olimpica Alina Kabaeva, oggi deputata di Russia Unita. La smentita di Putin è stata secca e seccata, accompagnata dalla precisazione che “la società ha il diritto di sapere come vivono le persone che hanno un ruolo pubblico.
Ma anche in questo caso ci sono dei limiti. Esiste una vita privata nella quale a nessuno è permesso interferire. Ci vuole rispetto”. La giornalista rimbrottata, ritrovandosi al centro dell’attenzione, è apparsa visibilmente confusa e sull’orlo di una crisi di nervi con lacrime al seguito.
Il “battutista” Berlusconi ha subito sciolto il gelo siberiano riportando la conferenza sui binari prestabiliti e annunciando che le intese tra Russia e Italia riguardano l’energia, l’aviazione, lo spazio e i trasporti.
“Tra l'Eni e il gigante petrolifero russo Gazprom - ha dichiarato Berlusconi - esistono ulteriori possibilità di cooperazione”. Putin ha ribadito che “i rapporti tra Russia e Italia, saranno improntati ad uno sviluppo sempre più forte, con accordi di collaborazione in diversi settori. Sono un vecchio amico del signor Berlusconi, io avevo chiesto un incontro con lui prima delle elezioni politiche. Mi mancava e mi ha fatto piacere la sua schiacciante vittoria alle elezioni”.
Toccato anche il nodo Alitalia, la cui situazione è stata definita ancora aperta. “I contatti con Air France (contro cui non abbiamo nulla) proseguono”, ha precisato Berlusconi, lanciando però l’ipotesi di un grande gruppo internazionale.
A questo proposito, Putin ha confermato che Aeroflot sarebbe “disponibile a riprendere i contatti con Alitalia”. Il Cavaliere, ridanciano quando una giornalista ha chiamato “piccanti” i suoi rapporti con Bossi, li ha definiti “straordinari”, precisando che “non c’è assolutamente alcuna frizione.
È chiaro che ogni forza politica tende ad avere una presenza più incisiva, ma è il Presidente del Consiglio che poi proporrà i ministri”. Chiusa la conferenza stampa ufficiale, Berlusconi ha parlato anche della festa canterina e ballerina (Bagaglino & Apicella) organizzata alla Certosa in onore di Putin.
L’amico Vladimir gli aveva fatto, a suo tempo, una sorpresa analoga in occasione di una sua visita in terra russa. E il Cavaliere non ha voluto essere da meno.
Provvidenziale il rinfresco con dolci sardi fatti in casa, vini bianchi e rossi (Turriga compreso) per la stampa locale, nazionale ed internazionale. Giornalisti e fotografi, nella lunga attesa dei due leader, hanno potuto fare prima colazione ed aperitivo. Berlusconi è arrivato guidando personalmente una macchinina “da parco” e, insieme all’amico Vladimiro, entrambi in giacca e cravatta, hanno subito affrontato gli argomenti annunciati.
Tutto secondo copione fino alla domanda galeotta posta da Natalya Melikova. Esilarante la reazione di Berlusconi che, dopo aver scrollato il capo più volte in segno di disapprovazione, ha mimato il gesto della fucilazione.
Bersaglio: la bionda e minuta giornalista russa della Nezavsinaya Gazeta che, armata di microfono e tradotta da un interprete degno di un cartone animato, ha chiesto lumi a Vladimir Putin sulla sua presunta nuova storia d'amore con l'ex ginnasta medaglia olimpica Alina Kabaeva, oggi deputata di Russia Unita. La smentita di Putin è stata secca e seccata, accompagnata dalla precisazione che “la società ha il diritto di sapere come vivono le persone che hanno un ruolo pubblico.
Ma anche in questo caso ci sono dei limiti. Esiste una vita privata nella quale a nessuno è permesso interferire. Ci vuole rispetto”. La giornalista rimbrottata, ritrovandosi al centro dell’attenzione, è apparsa visibilmente confusa e sull’orlo di una crisi di nervi con lacrime al seguito.
Il “battutista” Berlusconi ha subito sciolto il gelo siberiano riportando la conferenza sui binari prestabiliti e annunciando che le intese tra Russia e Italia riguardano l’energia, l’aviazione, lo spazio e i trasporti.
“Tra l'Eni e il gigante petrolifero russo Gazprom - ha dichiarato Berlusconi - esistono ulteriori possibilità di cooperazione”. Putin ha ribadito che “i rapporti tra Russia e Italia, saranno improntati ad uno sviluppo sempre più forte, con accordi di collaborazione in diversi settori. Sono un vecchio amico del signor Berlusconi, io avevo chiesto un incontro con lui prima delle elezioni politiche. Mi mancava e mi ha fatto piacere la sua schiacciante vittoria alle elezioni”.
Toccato anche il nodo Alitalia, la cui situazione è stata definita ancora aperta. “I contatti con Air France (contro cui non abbiamo nulla) proseguono”, ha precisato Berlusconi, lanciando però l’ipotesi di un grande gruppo internazionale.
A questo proposito, Putin ha confermato che Aeroflot sarebbe “disponibile a riprendere i contatti con Alitalia”. Il Cavaliere, ridanciano quando una giornalista ha chiamato “piccanti” i suoi rapporti con Bossi, li ha definiti “straordinari”, precisando che “non c’è assolutamente alcuna frizione.
È chiaro che ogni forza politica tende ad avere una presenza più incisiva, ma è il Presidente del Consiglio che poi proporrà i ministri”. Chiusa la conferenza stampa ufficiale, Berlusconi ha parlato anche della festa canterina e ballerina (Bagaglino & Apicella) organizzata alla Certosa in onore di Putin.
L’amico Vladimir gli aveva fatto, a suo tempo, una sorpresa analoga in occasione di una sua visita in terra russa. E il Cavaliere non ha voluto essere da meno.
mercoledì, aprile 16, 2008
Silvio Berlusconi & Vladimir Putin: a volte ritornano…anche alla Certosa

Testo e foto in www.marellagiovannelli.com (sez.Mara Malda)
Secondo quanto dichiarato dal suo portavoce Alexei Gromov, “Vladimir Putin, giovedì 17 aprile, effettuerà una visita di lavoro in Sardegna, in Italia, dopo il suo soggiorno in Libia, per incontrare il leader della coalizione italiana di centro-destra Popolo della Libertà Silvio Berlusconi, che ha vinto le elezioni legislative anticipate. Le discussioni verteranno sullo stato della cooperazione russo-italiana e le prospettive della sua evoluzione”. Lo stesso Berlusconi avrebbe confermato l’arrivo di Putin, suo ospite a cena, giovedì prossimo, alla Certosa di Porto Rotondo.
Il dialogo fra i due potrebbe decollare sull’asse Aeroflot-Alitalia, stando ad alcune fonti che caldeggiano l'ipotesi di un'alleanza fra le due compagnie aeree. Il Cremlino ha fatto sapere che il viaggio in Libia e l’incontro con Berlusconi figurano tra gli ultimi impegni internazionali del presidente russo, che il 7 maggio, lascerà l'incarico per diventare primo ministro e capo di Russia Unita, partito di maggioranza della Duma. Putin, quindi, festeggerà la sua nomina insieme all’altrettanto festante amico-collega neo-premier Silvio Berlusconi, al suo primo impegno internazionale dopo la vittoria delle elezioni italiane. In attesa della rimpatriata certosina, ricordiamo il precedente incontro tra i due leader, avvenuto sempre alla Certosa, in un’afosa giornata di fine estate, nel 2003, con un articolo, scritto allora da Mara Malda per Dagospia:
Secondo quanto dichiarato dal suo portavoce Alexei Gromov, “Vladimir Putin, giovedì 17 aprile, effettuerà una visita di lavoro in Sardegna, in Italia, dopo il suo soggiorno in Libia, per incontrare il leader della coalizione italiana di centro-destra Popolo della Libertà Silvio Berlusconi, che ha vinto le elezioni legislative anticipate. Le discussioni verteranno sullo stato della cooperazione russo-italiana e le prospettive della sua evoluzione”. Lo stesso Berlusconi avrebbe confermato l’arrivo di Putin, suo ospite a cena, giovedì prossimo, alla Certosa di Porto Rotondo.
Il dialogo fra i due potrebbe decollare sull’asse Aeroflot-Alitalia, stando ad alcune fonti che caldeggiano l'ipotesi di un'alleanza fra le due compagnie aeree. Il Cremlino ha fatto sapere che il viaggio in Libia e l’incontro con Berlusconi figurano tra gli ultimi impegni internazionali del presidente russo, che il 7 maggio, lascerà l'incarico per diventare primo ministro e capo di Russia Unita, partito di maggioranza della Duma. Putin, quindi, festeggerà la sua nomina insieme all’altrettanto festante amico-collega neo-premier Silvio Berlusconi, al suo primo impegno internazionale dopo la vittoria delle elezioni italiane. In attesa della rimpatriata certosina, ricordiamo il precedente incontro tra i due leader, avvenuto sempre alla Certosa, in un’afosa giornata di fine estate, nel 2003, con un articolo, scritto allora da Mara Malda per Dagospia:
“Dov’è il culatello speciale che ho fatto arrivare per Putin? Panico di primo mattino nelle cucine della Certosa di Porto Rotondo davanti alla fatidica domanda posta dal Presidente Berlusconi che già pregustava la cenetta casalinga per tifare il Milan incollato alla TV a doppio filo insieme all’amico Vladimir. Desolata la risposta del cuoco Michele: “Presidente, il culatello si è perso nelle Poste Italiane, non sappiamo come fare a rintracciarlo per stasera!”. Ma la visione del Cavaliere costernatissimo ha acuito l’ingegno golfoarancino di una persona di fiducia della casa e di un suo giovane nipote di nome Massimiliano M. ora più noto come “l’uomo del Culatello”. Nel giro di poche ore i due hanno ripercorso le tracce del glorioso salume della Bassa Padana. Il primo colpo di genio è stato telefonare a Montecarlo, al cuoco del Milan per acquisire i dati dell’avvenuta spedizione. Una volta in possesso di tutte le informazioni, è stato possibile intercettare il voluminoso pacco che si era incagliato alle Poste di Sassari. Il prode Massimiliano, con la benedizione del Cavaliere, ha quindi lasciato la Certosa con una promessa: “Vado a Sassari, recupero il culatello e torno in tempo per la partita di Supercoppa”. E così è stato, con grande gioia di Berlusconi tornato a casa semi-liquefatto ( mentre Putin pareva ibernato) dalla conferenza-sauna all’Abi d’Oru.
Qualcuno ci aveva creduto al party per 400 e per la vergogna di non aver ricevuto l’invito ha preferito anticipare la partenza da Porto Rotondo o darsi gravemente ammalato: in realtà la tanto “amplificata” (in tutti i sensi) cena-concerto alla Certosa in onore di Putin era nata super-ristretta e così è rimasta. Gli invitati erano davvero pochi; tra i venti e i trenta inclusi quelli arrivati per il caffè. Accanto al Cavaliere e alla moglie Veronica (blusa e pantaloni bianchi tempestati da fiori multicolor) c’erano anche i figli. Conclusa la cena (con il porcetto sardo superstar) consumata all’interno della villa, la serata è continuata nello spazio matrioshka polivalente della Certosa adibito a: piscina coperta, palestra, sala musica, varie ed eventuali. Qui si sono succeduti i canti napoletani di Apicella e Berlusconi, qualche coretto russo e gli amarcord di Tony Renis mentre Andrea Bocelli si è esibito col contagocce. Il grande tenore ha destato forse più sensazione tra gli illustri ospiti, sia italiani che stranieri, per l’avvenenza della splendida e giovane donna che lo accompagnava. Dopo il digestivo e le barzellette raccontate a raffica dal Cavaliere, è arrivato il momento dei fuochi d’artificio, ormai consuetudine di tutti i ricevimenti organizzati alla Certosa. Cambio di scenario per il pranzo domenicale (anche questo casalingo e familiare), a base di spigole ed aragoste.
Lo hanno servito nel gazebo allestito sulle rive del lago temporaneamente liberato dalle paperelle per evitare problemi di torbidezza alle chiare, fresche e dolci acque molto ammirate da Vladimir Putin. Il quale non sapeva proprio dove guardare, scarrozzato dal Presidente-Autista Berlusconi in macchinina elettrica, alla scoperta delle meraviglie del parco, zappettato personalmente dal Cavaliere fino al giorno prima. A colpire Putin, oltre ai duemila cactus, è stata anche una ex-orribile cabina elettrica ora tutta rivestita in pietra e trasformata in fortezza nuragica con un olivo di milleseicento anni sistemato proprio sul davanti e, tutto intorno, decine di altri alberi secolari.
La domenica mattina dei portorotondini è trascorsa nell’inutile attesa della passeggiata in paese di Berlusconi e Putin. Fregati anche i giornalisti che si intervistavano tra loro per passare il tempo, centinaia di vacanzieri-fans assiepati in diversi punti del villaggio e tutti i negozianti che hanno addirittura posticipato l’orario di chiusura e saltato il pranzo o il bagno a mare. Udita persino qualche imbarazzante invocazione del tipo “Olelè-olalà, faccelo vedè, faccelo toccà”. I più delusi sono stati i Tesorone (Pier Paolo e Fabio) sandalai napoletani con bottega e deschetto in piazzetta Deiana a Porto Rotondo. Hanno trascorso la domenica mattina aspettando inutilmente l’annunciata “calata” in paese di Berlusconi e Putin. Avevano pure preparato due regali per il presidente russo: una cravatta firmata Marinella e, naturalmente, un paio di sandali espressamente creati per Vladimiro. Ed erano anche riusciti a creare una piccola coreografia con le due bandierine di Italia e Russia svolazzanti sul balconcino del negozio e, in mezzo, un cartello di benvenuto molto artigianale ma bilingue.
Qualcuno ci aveva creduto al party per 400 e per la vergogna di non aver ricevuto l’invito ha preferito anticipare la partenza da Porto Rotondo o darsi gravemente ammalato: in realtà la tanto “amplificata” (in tutti i sensi) cena-concerto alla Certosa in onore di Putin era nata super-ristretta e così è rimasta. Gli invitati erano davvero pochi; tra i venti e i trenta inclusi quelli arrivati per il caffè. Accanto al Cavaliere e alla moglie Veronica (blusa e pantaloni bianchi tempestati da fiori multicolor) c’erano anche i figli. Conclusa la cena (con il porcetto sardo superstar) consumata all’interno della villa, la serata è continuata nello spazio matrioshka polivalente della Certosa adibito a: piscina coperta, palestra, sala musica, varie ed eventuali. Qui si sono succeduti i canti napoletani di Apicella e Berlusconi, qualche coretto russo e gli amarcord di Tony Renis mentre Andrea Bocelli si è esibito col contagocce. Il grande tenore ha destato forse più sensazione tra gli illustri ospiti, sia italiani che stranieri, per l’avvenenza della splendida e giovane donna che lo accompagnava. Dopo il digestivo e le barzellette raccontate a raffica dal Cavaliere, è arrivato il momento dei fuochi d’artificio, ormai consuetudine di tutti i ricevimenti organizzati alla Certosa. Cambio di scenario per il pranzo domenicale (anche questo casalingo e familiare), a base di spigole ed aragoste.
Lo hanno servito nel gazebo allestito sulle rive del lago temporaneamente liberato dalle paperelle per evitare problemi di torbidezza alle chiare, fresche e dolci acque molto ammirate da Vladimir Putin. Il quale non sapeva proprio dove guardare, scarrozzato dal Presidente-Autista Berlusconi in macchinina elettrica, alla scoperta delle meraviglie del parco, zappettato personalmente dal Cavaliere fino al giorno prima. A colpire Putin, oltre ai duemila cactus, è stata anche una ex-orribile cabina elettrica ora tutta rivestita in pietra e trasformata in fortezza nuragica con un olivo di milleseicento anni sistemato proprio sul davanti e, tutto intorno, decine di altri alberi secolari.
La domenica mattina dei portorotondini è trascorsa nell’inutile attesa della passeggiata in paese di Berlusconi e Putin. Fregati anche i giornalisti che si intervistavano tra loro per passare il tempo, centinaia di vacanzieri-fans assiepati in diversi punti del villaggio e tutti i negozianti che hanno addirittura posticipato l’orario di chiusura e saltato il pranzo o il bagno a mare. Udita persino qualche imbarazzante invocazione del tipo “Olelè-olalà, faccelo vedè, faccelo toccà”. I più delusi sono stati i Tesorone (Pier Paolo e Fabio) sandalai napoletani con bottega e deschetto in piazzetta Deiana a Porto Rotondo. Hanno trascorso la domenica mattina aspettando inutilmente l’annunciata “calata” in paese di Berlusconi e Putin. Avevano pure preparato due regali per il presidente russo: una cravatta firmata Marinella e, naturalmente, un paio di sandali espressamente creati per Vladimiro. Ed erano anche riusciti a creare una piccola coreografia con le due bandierine di Italia e Russia svolazzanti sul balconcino del negozio e, in mezzo, un cartello di benvenuto molto artigianale ma bilingue.
giovedì, aprile 10, 2008
Caro Giostraio ti scrivo, firmato Alberto Cocco e Marella Giovannelli ringrazia
Testo e foto in www.marellagiovannelli.com (sez. Mara Malda)Nel numero di aprile del mensile sassarese "Noi" è stata pubblicata questa recensione de “Il giostraio a riposo” di Marella Giovannelli, firmata da Alberto Cocco che ringraziamo per l’attenzione.
“Che cosa è mai il fascino? Intorno a questo dibattito, si sono cimentati con alterne fortune i sociologi ed i filosofi, i cronisti e gli improbabili opinionisti televisivi.
Per farla breve, è la capacità di sorprendere ed emozionare con una differente lunghezza d’onda, una linea sottile e silenziosa che racchiude molteplici aspetti e valori. A questo ed altro ho pensato, mentre rileggevo le liriche ispirate e mai banali, presentate da Marella Giovannelli in un incontro con il pubblico nei locali di una nota libreria sassarese. Questa bella signora gallurese è molto conosciuta nella Costa Smeralda per il suo lavoro di pungente biografa di un mondo discusso e quasi inaccessibile. Con lo pseudonimo di Mara Malda, la fustigatrice di costumi ha raccontato una realtà altrimenti giudicata luccicante, ed ha acquisito un paio di scoop di tutto rilievo, puntualmente offerti al popolare sito Dagospia.
Ma quando rientra nella sua meravigliosa casa sul mare, ed assorbe l’energia di questa terra magica e millenaria, si sveste delle paillettes e degli abiti da sera, e diventa l’anima sensibile e lieve di questo felice “Giostraio a riposo”. Marella ferma nel tempo e nel cuore le fotografie di una natura inesplorata, che lei ha qualche modo tenuto a battesimo. Quasi ad esorcizzare la paura dei cambiamenti e delle grette mutilazioni, che certi ingordi appetiti minacciano, vuole raccontare il prezioso dono degli elementi in pericolo: ( il soffio del vento ancora libero dalle barriere di cemento, il silenzioso crepitare del fuoco nel deserto, l’umidità della terra conquistata per un riposo dopo lungo e pensoso camminare, il ritmo eterno dell’acqua che tutto confonde e rinnova ).
Nella culla e nel nido tenero di questi amici, Marella attende la sopraffazione del suo spirito, investito da una inattesa rivelazione, che si traduce in sentimenti e ricordi, palpiti e simbolismi di alto profilo. E l’amore, in queste pagine è fanciullo e quasi clandestino.
L’amore è libero ed annoda solo brevi incontri, ama gli spazi infiniti e si sottrae ai lacci della nevrosi metropolitana e della ragione, che si riduce agli schemi consueti. Come nella bellissima e recente ispirazione di Lorenzo Jovanotti, il cielo ed il fango plasmano il vivere quotidiano, ed i sentimenti sono l’argilla pronta a cambiare la forma e lo spessore. Il giostraio, personaggio sovrano di questa raccolta, è ognuno di noi. Nel nostro ipnotico ripeterci e condannarci alla monotonia inconsapevole, c’è sempre il momento di salire ed iniziare una nuova avventura, con eccitazione e batticuore. Ed il momento di scendere, di ricevere la fine di un momento e di una relazione, di una stagione della vita e di una sicurezza che scioccamente credevamo eterna.
Nella voglia di cambiare ed abbandonarsi ai sensi, nel sentirci parte di quell’universo dal quale oscuramente veniamo e che ci sarà restituito, è questa osmosi tra il ricamo di una pagina e la natura. La mia personale sensibilità ha scelto dodici gemme, assolutamente da non perdere.
Tra le poesie di fuoco, CONDUCI IL GIOCO, DEDICA e IL GATTO SELVATICO. Tra le poesie di terra, OSSESSIONE, BOSCO e CIRCO. Nelle liriche d’acqua, segnalo le musicali MAREAMORE e IL FARO E LE MAREE, e LA PRIMA STELLA. Fra le parole d’aria, L’ESTRANEA, PITTORE ed I NOMI ALLE STELLE. Il libro (Edizioni Della Torre di Cagliari) è stampato da Gallizzi ed ha una raffinata veste grafica, con la copertina rosso cremisi e l’elegante corredo di immagini del bravo Lino Pes”.
“Che cosa è mai il fascino? Intorno a questo dibattito, si sono cimentati con alterne fortune i sociologi ed i filosofi, i cronisti e gli improbabili opinionisti televisivi.
Per farla breve, è la capacità di sorprendere ed emozionare con una differente lunghezza d’onda, una linea sottile e silenziosa che racchiude molteplici aspetti e valori. A questo ed altro ho pensato, mentre rileggevo le liriche ispirate e mai banali, presentate da Marella Giovannelli in un incontro con il pubblico nei locali di una nota libreria sassarese. Questa bella signora gallurese è molto conosciuta nella Costa Smeralda per il suo lavoro di pungente biografa di un mondo discusso e quasi inaccessibile. Con lo pseudonimo di Mara Malda, la fustigatrice di costumi ha raccontato una realtà altrimenti giudicata luccicante, ed ha acquisito un paio di scoop di tutto rilievo, puntualmente offerti al popolare sito Dagospia.
Ma quando rientra nella sua meravigliosa casa sul mare, ed assorbe l’energia di questa terra magica e millenaria, si sveste delle paillettes e degli abiti da sera, e diventa l’anima sensibile e lieve di questo felice “Giostraio a riposo”. Marella ferma nel tempo e nel cuore le fotografie di una natura inesplorata, che lei ha qualche modo tenuto a battesimo. Quasi ad esorcizzare la paura dei cambiamenti e delle grette mutilazioni, che certi ingordi appetiti minacciano, vuole raccontare il prezioso dono degli elementi in pericolo: ( il soffio del vento ancora libero dalle barriere di cemento, il silenzioso crepitare del fuoco nel deserto, l’umidità della terra conquistata per un riposo dopo lungo e pensoso camminare, il ritmo eterno dell’acqua che tutto confonde e rinnova ).
Nella culla e nel nido tenero di questi amici, Marella attende la sopraffazione del suo spirito, investito da una inattesa rivelazione, che si traduce in sentimenti e ricordi, palpiti e simbolismi di alto profilo. E l’amore, in queste pagine è fanciullo e quasi clandestino.
L’amore è libero ed annoda solo brevi incontri, ama gli spazi infiniti e si sottrae ai lacci della nevrosi metropolitana e della ragione, che si riduce agli schemi consueti. Come nella bellissima e recente ispirazione di Lorenzo Jovanotti, il cielo ed il fango plasmano il vivere quotidiano, ed i sentimenti sono l’argilla pronta a cambiare la forma e lo spessore. Il giostraio, personaggio sovrano di questa raccolta, è ognuno di noi. Nel nostro ipnotico ripeterci e condannarci alla monotonia inconsapevole, c’è sempre il momento di salire ed iniziare una nuova avventura, con eccitazione e batticuore. Ed il momento di scendere, di ricevere la fine di un momento e di una relazione, di una stagione della vita e di una sicurezza che scioccamente credevamo eterna.
Nella voglia di cambiare ed abbandonarsi ai sensi, nel sentirci parte di quell’universo dal quale oscuramente veniamo e che ci sarà restituito, è questa osmosi tra il ricamo di una pagina e la natura. La mia personale sensibilità ha scelto dodici gemme, assolutamente da non perdere.
Tra le poesie di fuoco, CONDUCI IL GIOCO, DEDICA e IL GATTO SELVATICO. Tra le poesie di terra, OSSESSIONE, BOSCO e CIRCO. Nelle liriche d’acqua, segnalo le musicali MAREAMORE e IL FARO E LE MAREE, e LA PRIMA STELLA. Fra le parole d’aria, L’ESTRANEA, PITTORE ed I NOMI ALLE STELLE. Il libro (Edizioni Della Torre di Cagliari) è stampato da Gallizzi ed ha una raffinata veste grafica, con la copertina rosso cremisi e l’elegante corredo di immagini del bravo Lino Pes”.
Alberto Cocco
domenica, aprile 06, 2008
Chiara Vigo, Maestro di Bisso Marino e Affabula-tessitrice, conquista i bambini di Olbia

Testo e foto in www.marellagiovannelli.com
Chiara Vigo, Maestro di Bisso Marino, unica in Europa ed una delle poche al mondo che ancora tesse la cosiddetta “seta di mare”, ha accolto l’invito del 3°Circolo Didattico di Olbia e, nell’arco di tre giornate, ha incontrato centinaia di bambini. Arrivata dall’isola di Sant’Antioco, l’ormai leggendaria Chiara Vigo, ha tenuto la sua prima lezione nella scuola di Santa Maria.
Ad accoglierla c’erano il Sindaco Gianni Giovannelli e l’assessore alla Pubblica Istruzione Uccio Iodice. La presenza della signora Vigo ha reso ancora più stimolante il progetto didattico avviato dalla coordinatrice Chiara Firinaiu, finalizzato alla conoscenza e alla tutela del patrimonio culturale della Sardegna e di quelle realtà che rischiano di scomparire senza lasciare traccia.
La storia della tessitrice di bisso di Sant’Antioco è anche racchiusa in un libro, realizzato dai bambini della scuola dell’infanzia di Santa Maria. Per tanti mesi i piccoli alunni hanno accolto suggestioni, appreso conoscenze e maturato nuove consapevolezze sui maestri delle antiche arti, depositari dei valori e del vero sapere.
Hanno quindi vissuto con grande entusiasmo il passaggio dalla teoria alla pratica con Chiara Vigo nelle vesti di affabula-tessitrice, maestra di comunicazione oltre che di bisso marino. Tutti conquistati dal suo patrimonio di saperi esposto e proposto in modo carismatico ed articolato. L’affascinante lezione della tessitrice di Sant’Antioco si è dipanata tra ricordi di famiglia, passaggi della Bibbia, citazioni storiche, spunti favolistici, incursioni scientifiche, momenti ludici ed esperimenti in odore di magia.
Ma non poteva mancare la realtà dei fatti, dimostrata dai bioccoli di bisso, ripuliti, pettinati e filati “in diretta” da Chiara Vigo che ha poi coinvolto i bambini, diventati alberi, nella creazione di un telaio nuragico con successiva realizzazione di braccialetti e nastrini.
“Il bisso marrone, reso elastico dal limone, grazie ai raggi del sole prende il colore dell’oro”, ha spiegato la tessitrice, depositaria di una tradizione ancestrale, ricca di misteri e di segreti, tramandatale dalla nonna Leonilde Mereu. Chiara Vigo, definita unica erede di Berenice, tinge il suo bisso (ottenuto da un filamento prodotto dalle nacchere che si trovano nei fondali dell’ isola di Sant'Antioco) con erbe raccolte durante il periodo di luna nuova. Lo fila solo con un fuso di canna e lo tesse su un pesantissimo telaio in legno, ripetendo all’infinito gesti di certosina precisione.
Ai bambini ha mostrato anche il piccolo arazzo “Il leone di Tiro”, ricamato in bisso, precisando che dei giapponesi, a Porto Cervo, le offrirono 2 miliardi e mezzo di lire per averlo. Chiara Vigo rifutò perché, come lei stesso ha ribadito “il bisso non si compra e non si vende, i miei lavori sono dei giovani della Sardegna”.
Per lei è fondamentale far conoscere anche ai più piccoli un’arte millenaria e Maria, una bambina della scuola di Olbia, è stata scelta per un rito antichissimo. La Vigo le ha donato un laccio di bisso impegnandosi a tessere il suo cuscino di nozze se Maria, prima di sposarsi, glielo riporterà a Sant’Antioco.
“Se io non ci sarò più - ha precisato Tzia Chiara - lo farà Maddalena, la persona che prenderà il mio posto. Anche lei si batterà per salvare l’antica tradizione della tessitura del bisso e il giuramento in base al quale il bisso non si può vendere né commercializzare, perché è proprietà dell’intero popolo sardo.
Tessere il bisso non è, come sembra, far parte di una schiera di artigiani che elaborano tessuti e li vendono. Come è sempre stato, significa avere la responsabilità di conservare intatto un patrimonio gestuale che fa parte della storia dei propri avi e, di conseguenza, avere la consapevolezza dell´importanza della conservazione, senza creare squilibri o distruzioni della natura”.
Ad accoglierla c’erano il Sindaco Gianni Giovannelli e l’assessore alla Pubblica Istruzione Uccio Iodice. La presenza della signora Vigo ha reso ancora più stimolante il progetto didattico avviato dalla coordinatrice Chiara Firinaiu, finalizzato alla conoscenza e alla tutela del patrimonio culturale della Sardegna e di quelle realtà che rischiano di scomparire senza lasciare traccia.
La storia della tessitrice di bisso di Sant’Antioco è anche racchiusa in un libro, realizzato dai bambini della scuola dell’infanzia di Santa Maria. Per tanti mesi i piccoli alunni hanno accolto suggestioni, appreso conoscenze e maturato nuove consapevolezze sui maestri delle antiche arti, depositari dei valori e del vero sapere.
Hanno quindi vissuto con grande entusiasmo il passaggio dalla teoria alla pratica con Chiara Vigo nelle vesti di affabula-tessitrice, maestra di comunicazione oltre che di bisso marino. Tutti conquistati dal suo patrimonio di saperi esposto e proposto in modo carismatico ed articolato. L’affascinante lezione della tessitrice di Sant’Antioco si è dipanata tra ricordi di famiglia, passaggi della Bibbia, citazioni storiche, spunti favolistici, incursioni scientifiche, momenti ludici ed esperimenti in odore di magia.
Ma non poteva mancare la realtà dei fatti, dimostrata dai bioccoli di bisso, ripuliti, pettinati e filati “in diretta” da Chiara Vigo che ha poi coinvolto i bambini, diventati alberi, nella creazione di un telaio nuragico con successiva realizzazione di braccialetti e nastrini.
“Il bisso marrone, reso elastico dal limone, grazie ai raggi del sole prende il colore dell’oro”, ha spiegato la tessitrice, depositaria di una tradizione ancestrale, ricca di misteri e di segreti, tramandatale dalla nonna Leonilde Mereu. Chiara Vigo, definita unica erede di Berenice, tinge il suo bisso (ottenuto da un filamento prodotto dalle nacchere che si trovano nei fondali dell’ isola di Sant'Antioco) con erbe raccolte durante il periodo di luna nuova. Lo fila solo con un fuso di canna e lo tesse su un pesantissimo telaio in legno, ripetendo all’infinito gesti di certosina precisione.
Ai bambini ha mostrato anche il piccolo arazzo “Il leone di Tiro”, ricamato in bisso, precisando che dei giapponesi, a Porto Cervo, le offrirono 2 miliardi e mezzo di lire per averlo. Chiara Vigo rifutò perché, come lei stesso ha ribadito “il bisso non si compra e non si vende, i miei lavori sono dei giovani della Sardegna”.
Per lei è fondamentale far conoscere anche ai più piccoli un’arte millenaria e Maria, una bambina della scuola di Olbia, è stata scelta per un rito antichissimo. La Vigo le ha donato un laccio di bisso impegnandosi a tessere il suo cuscino di nozze se Maria, prima di sposarsi, glielo riporterà a Sant’Antioco.
“Se io non ci sarò più - ha precisato Tzia Chiara - lo farà Maddalena, la persona che prenderà il mio posto. Anche lei si batterà per salvare l’antica tradizione della tessitura del bisso e il giuramento in base al quale il bisso non si può vendere né commercializzare, perché è proprietà dell’intero popolo sardo.
Tessere il bisso non è, come sembra, far parte di una schiera di artigiani che elaborano tessuti e li vendono. Come è sempre stato, significa avere la responsabilità di conservare intatto un patrimonio gestuale che fa parte della storia dei propri avi e, di conseguenza, avere la consapevolezza dell´importanza della conservazione, senza creare squilibri o distruzioni della natura”.
martedì, aprile 01, 2008
Petra Segreta: un gioiello dell’accoglienza tra i graniti di San Pantaleo

Testo e foto in www.marellagiovannelli.com (sez.Mara Malda)
Si chiama Petra Segreta Resort & Spa la sorprendente novità incastonata tra le rocce di San Pantaleo, frazione del comune di Olbia e paese tra i più suggestivi della Gallura, nell’entroterra della Costa Smeralda.
Ci si arriva da una strada bianca che si lascia alle spalle le botteghe degli artisti, la piazza, la chiesa e il cuore in granito del villaggio. Il percorso che porta alla Petra Segreta potrebbe ben figurare in una caccia al tesoro, soprattutto, una volta raggiunta la neonata “charming house”.
Spettacolare il panorama che abbraccia il golfo di Arzachena, Caprera, la Maddalena e la Corsica. Qui è stato ricreato un piccolo borgo di stazzi dove rivive tutto il fascino della vecchia cussorgja gallurese.
I proprietari Luigi Bergeretto e Rosella Marchese (lei architetto, lui chef) hanno realizzato camere d’albergo di alto livello fiabescamente integrate nella natura circostante. I percorsi attraversano un’area di cinque ettari di bosco di rara bellezza, tra il verde cupo dei lecci e dei ginepri ed il biancore delle rocce granitiche scavate dal vento. Il tutto, immerso nei profumi e nei colori della macchia sarda.
La costruzione principale si affaccia sulla piscina, dove si trovano la hall, il salotto con camino, l’angolo bar con terrazzo panoramico, il ristorante con verande all’esterno, gli spazi riservati alla lettura e alla vita sociale. Molto particolare e raffinato anche l’arredamento che ha il calore di una vecchia ed accogliente dimora di campagna. Lo stesso stile caratterizza le 15 camere riservate agli ospiti del resort; ogni stanza ha il bagno interamente rivestito in pietra e una terrazza privata dotata di arredi da esterno.
Il centro benessere offre una serie di trattamenti ideati da Dipu, un famoso esperto indiano di medicina e di massaggi ayurvedici. L’esclusività della SPA consiste in due grotte naturali usate per trattamenti speciali come il Segreto di Petra su un letto di sale marino posto al centro della caverna e il Percorso dei Giganti, unico nel suo genere e realizzato all’aperto.
I prodotti usati sono preparati con le piante officinali presenti nel parco naturale del resort. La piscina, di acqua riscaldata con molteplici getti di idromassaggio e geyser a microibolle d’aria, è costruita su una rocca che domina le vallate e gode di una splendida vista sul mare.
Eccellente è anche il ristorante dell’hotel, curato dal proprietario-chef Luigi Bergeretto che sceglie personalmente le materie prime, dal pesce nostrano alle carni di allevamenti senza contaminazioni, verdure selvatiche provenienti dal territorio oltre agli inimitabili formaggi della Sardegna e le spezie locali.
Dalle sapienti mani di Luigi nascono piatti che uniscono gusti e sapori della tradizione alla raffinatezza della presentazione. Petra Segreta, gioiello dell’accoglienza, dista pochi minuti dal centro di San Pantaleo, paese antico ed incantevole, amato, proprio per la sua autenticità, da tanti artisti italiani e stranieri che hanno scelto di viverci tutto l’anno.
Si chiama Petra Segreta Resort & Spa la sorprendente novità incastonata tra le rocce di San Pantaleo, frazione del comune di Olbia e paese tra i più suggestivi della Gallura, nell’entroterra della Costa Smeralda.
Ci si arriva da una strada bianca che si lascia alle spalle le botteghe degli artisti, la piazza, la chiesa e il cuore in granito del villaggio. Il percorso che porta alla Petra Segreta potrebbe ben figurare in una caccia al tesoro, soprattutto, una volta raggiunta la neonata “charming house”.
Spettacolare il panorama che abbraccia il golfo di Arzachena, Caprera, la Maddalena e la Corsica. Qui è stato ricreato un piccolo borgo di stazzi dove rivive tutto il fascino della vecchia cussorgja gallurese.
I proprietari Luigi Bergeretto e Rosella Marchese (lei architetto, lui chef) hanno realizzato camere d’albergo di alto livello fiabescamente integrate nella natura circostante. I percorsi attraversano un’area di cinque ettari di bosco di rara bellezza, tra il verde cupo dei lecci e dei ginepri ed il biancore delle rocce granitiche scavate dal vento. Il tutto, immerso nei profumi e nei colori della macchia sarda.
La costruzione principale si affaccia sulla piscina, dove si trovano la hall, il salotto con camino, l’angolo bar con terrazzo panoramico, il ristorante con verande all’esterno, gli spazi riservati alla lettura e alla vita sociale. Molto particolare e raffinato anche l’arredamento che ha il calore di una vecchia ed accogliente dimora di campagna. Lo stesso stile caratterizza le 15 camere riservate agli ospiti del resort; ogni stanza ha il bagno interamente rivestito in pietra e una terrazza privata dotata di arredi da esterno.
Il centro benessere offre una serie di trattamenti ideati da Dipu, un famoso esperto indiano di medicina e di massaggi ayurvedici. L’esclusività della SPA consiste in due grotte naturali usate per trattamenti speciali come il Segreto di Petra su un letto di sale marino posto al centro della caverna e il Percorso dei Giganti, unico nel suo genere e realizzato all’aperto.
I prodotti usati sono preparati con le piante officinali presenti nel parco naturale del resort. La piscina, di acqua riscaldata con molteplici getti di idromassaggio e geyser a microibolle d’aria, è costruita su una rocca che domina le vallate e gode di una splendida vista sul mare.
Eccellente è anche il ristorante dell’hotel, curato dal proprietario-chef Luigi Bergeretto che sceglie personalmente le materie prime, dal pesce nostrano alle carni di allevamenti senza contaminazioni, verdure selvatiche provenienti dal territorio oltre agli inimitabili formaggi della Sardegna e le spezie locali.
Dalle sapienti mani di Luigi nascono piatti che uniscono gusti e sapori della tradizione alla raffinatezza della presentazione. Petra Segreta, gioiello dell’accoglienza, dista pochi minuti dal centro di San Pantaleo, paese antico ed incantevole, amato, proprio per la sua autenticità, da tanti artisti italiani e stranieri che hanno scelto di viverci tutto l’anno.
lunedì, marzo 17, 2008
Chagall, fanciullo cosmico e sognatore di forme ibride in mostra al Man di Nuoro

Testo e foto in www.marellagiovannelli.com (sez.Marella Giovannelli)
I mostri, le chimere e le figure ibride di Marc Chagall in esposizione al Museo Man di Nuoro dipingono il microcosmo dello shtetl magistralmente raccontato, in letteratura, da Isaac B.Singer.
La quotidianità pittoresca e mistica allo stesso tempo, dei piccoli villaggi ebraici dell’Europa Orientale, rivive nelle opere del grandissimo artista nato a Vitebsk nel 1887 e morto a Saint-Paul-de-Vence nel 1985.
Molti simboli ebraici chassidici si ritrovano nella pittura onirica e favolistica di Chagall.
Dalle lune calanti che alludono a una sciagura cosmica ai grappoli di stelle che si fanno opache avvicinandosi alla terra, dal violinista che è uno dei classici travestimenti del diavolo agli spettri che si insinuano nella realtà trasfigurandola.
Chagall, fanciullo cosmico e sognatore di forme ibride, è affascinato dalle metamorfosi.
Chimere misteriose, metà uomo e metà bestia, favolosi animali volanti, strumenti musicali con braccia e testa si accompagnano alla donna-gallo, all’uomo-lampione e all’asino-pittore.
I suoi quadri, ricchi di simboli e allegorie, esprimono l’attaccamento alle sue radici, all’ebraismo e alla Bibbia ma, soprattutto, al suo doppio Credo: Amore e Libertà.
Chagall riuscì a rimanere libero anche nei temi religiosi oltre che nella rappresentazione, sempre all’insegna di un’ironica leggerezza, dei miracoli erranti compiuti dai Giusti e dei piccoli e grandi misfatti perpetrati da potenti veri o presunti.
La quotidianità pittoresca e mistica allo stesso tempo, dei piccoli villaggi ebraici dell’Europa Orientale, rivive nelle opere del grandissimo artista nato a Vitebsk nel 1887 e morto a Saint-Paul-de-Vence nel 1985.
Molti simboli ebraici chassidici si ritrovano nella pittura onirica e favolistica di Chagall.
Dalle lune calanti che alludono a una sciagura cosmica ai grappoli di stelle che si fanno opache avvicinandosi alla terra, dal violinista che è uno dei classici travestimenti del diavolo agli spettri che si insinuano nella realtà trasfigurandola.
Chagall, fanciullo cosmico e sognatore di forme ibride, è affascinato dalle metamorfosi.
Chimere misteriose, metà uomo e metà bestia, favolosi animali volanti, strumenti musicali con braccia e testa si accompagnano alla donna-gallo, all’uomo-lampione e all’asino-pittore.
I suoi quadri, ricchi di simboli e allegorie, esprimono l’attaccamento alle sue radici, all’ebraismo e alla Bibbia ma, soprattutto, al suo doppio Credo: Amore e Libertà.
Chagall riuscì a rimanere libero anche nei temi religiosi oltre che nella rappresentazione, sempre all’insegna di un’ironica leggerezza, dei miracoli erranti compiuti dai Giusti e dei piccoli e grandi misfatti perpetrati da potenti veri o presunti.
domenica, marzo 16, 2008
Tra dipinti e poesie gira il Giostraio
Testo e foto in www.marellagiovannelli.com (sez.Mara Malda)
Parto da un commento (lasciato ieri notte da Erminio Sirianni nel sito http://www.marellagiovannelli.com/) e dalla mia risposta, per cercare di descrivere un incontro tanto informale quanto emozionante, tra “Il giostraio a riposo” di Marella Giovannelli e “Donna Nuovo Millennio”, una mostra di pittura allestita nella Galleria dell’Hotel Melià ad Olbia.
"Memento Audere semper.
"Memento Audere semper.
Ricordati di osare sempre .... così si può tradurre il motto latino ma anche la tua presentazione. Sono rimasto piacevolmente sorpreso per la forza d'espressione, d'animo, sentimento, etc etc . che ho percepito stasera. Le due lettrici al Melià sono state bravissime ma ti ringrazio per aver dato ad Olbia la tua lettura personale. I tuoi sospiri (veri e sinceri) erano un universo di emozioni che, si sentiva, ti riportavano a quei momenti. Tu, la penna e ... solo tu sai cosa.
Sono certo che molte delle persone presenti ri-inizieranno a scrivere con maggior coraggio e, chi non aveva ancora osato... inizierà a farlo perchè gli hai dato un punto fermo : Il Dolore, La Tristezza, La Sofferenza, Le Paure - tutte con la Maiuscola - si possono e si devono combattere e vincere, la Poesia è un ottimo mezzo…” Erminio Sirianni.
Sono certo che molte delle persone presenti ri-inizieranno a scrivere con maggior coraggio e, chi non aveva ancora osato... inizierà a farlo perchè gli hai dato un punto fermo : Il Dolore, La Tristezza, La Sofferenza, Le Paure - tutte con la Maiuscola - si possono e si devono combattere e vincere, la Poesia è un ottimo mezzo…” Erminio Sirianni.
Questa la mia risposta:
“Prima mi ero sempre limitata a leggere al massimo due mie poesie, scelte tra quelle meno intime. Ieri ho voluto superare, non lo scoglio, ma la tempesta di emozioni che mi assale quando rivivo, rileggendoli (anche da sola) i momenti ispiratori dei miei versi. Ci ho provato perchè ho pensato alle donne che mi hanno invitato a presentare “Il giostraio a riposo” nel contesto di una mostra di pittura molto vicina ai temi delle mie poesie. Mi sono detta che queste donne hanno dipinto le violenze subite, gli amori perduti e ritrovati, l'angoscia del tradimento, i loro sogni e i loro incubi. E quindi anche io dovevo riuscire a stabilire con queste mie "compagne di percorso", un rapporto diretto, leggendo personalmente le mie poesie.
Per questo ho voluto condividere il microfono con due donne che non conoscevo fino a qualche giorno fa, al loro debutto con la recitazione di versi; così ho coinvolto Franca Secchi e Silvia Caturano.
“Prima mi ero sempre limitata a leggere al massimo due mie poesie, scelte tra quelle meno intime. Ieri ho voluto superare, non lo scoglio, ma la tempesta di emozioni che mi assale quando rivivo, rileggendoli (anche da sola) i momenti ispiratori dei miei versi. Ci ho provato perchè ho pensato alle donne che mi hanno invitato a presentare “Il giostraio a riposo” nel contesto di una mostra di pittura molto vicina ai temi delle mie poesie. Mi sono detta che queste donne hanno dipinto le violenze subite, gli amori perduti e ritrovati, l'angoscia del tradimento, i loro sogni e i loro incubi. E quindi anche io dovevo riuscire a stabilire con queste mie "compagne di percorso", un rapporto diretto, leggendo personalmente le mie poesie.
Per questo ho voluto condividere il microfono con due donne che non conoscevo fino a qualche giorno fa, al loro debutto con la recitazione di versi; così ho coinvolto Franca Secchi e Silvia Caturano.
Quanto alla giovanissima chitarrista (Ilaria ha solo 14 anni); lei è stata un'altra bella sorpresa: ha preparato degli accordi apposta per Il giostraio, lavorandoci da sola, un paio di giorni. Il suo felice debutto, ieri sera, è stato ulteriore motivo di gioia per me. E' piaciuta moltissimo anche a me l'atmosfera che si è venuta a creare al Melià; mi sono sentita tra amici eppure conoscevo solo alcune delle persone presenti…”
Oltre che Franca, Silvia e Ilaria, devo ringraziare la promotrice dell’incontro, la pittrice messicana Ana Maria Serna, Mauro Orrù che ha coordinato le varie fasi del reading e tutti quelli che hanno partecipato, prima con l’ascolto e poi dando vita a un dibattito. Finite le domande “pubbliche”, è iniziato un altro momento altrettanto interessante. Ad avvicinarmi sono stati alcuni uomini e tante donne che hanno espresso considerazioni significativamente diverse sul “mettersi a nudo” attraverso la poesia.
I primi hanno manifestato pudore e imbarazzo mentre dalle seconde sono arrivati segnali diametralmente opposti, efficamente espressi anche nei quadri esposti al Melià. Il filo conduttore dell’interessante collettiva è la donna nei suoi vari ruoli: figlia, sorella, compagna, lavoratrice, madre. La mostra, pur coinvolgendo artisti di generazioni e tendenze diverse, rappresenta in modo coralmente efficace i conflitti, le contraddizioni e le tensioni dell’universo femminile.
La violenza, fisica e psicologica, è uno dei temi centrali di questa esposizione non convenzionale, per niente “edulcorata”, che colpisce proprio per la forza e il significato profondo del suo messaggio. Le donne del nuovo millennio, esattamente come quelle di ieri, sono troppo spesso vittime all’interno delle loro famiglie e sul posto di lavoro. Non sempre trovano il coraggio di denunciare violenze e soprusi, di ribellarsi a vecchie e nuove schiavitù.
Fra i 35 lavori in mostra al Melià, ci sono anche “visioni” più serene ma la complessità della condizione femminile è il filo rosso che poeticamente lega l’intera esposizione. Nelle tele si ritrovano, intensi, i piaceri e i dolori dell’essere donna, vista come portatrice di una molteplicità di aspetti tra loro non antitetici ma complementari e ricchi di una sensibilità diversa da quella maschile.
Oltre che Franca, Silvia e Ilaria, devo ringraziare la promotrice dell’incontro, la pittrice messicana Ana Maria Serna, Mauro Orrù che ha coordinato le varie fasi del reading e tutti quelli che hanno partecipato, prima con l’ascolto e poi dando vita a un dibattito. Finite le domande “pubbliche”, è iniziato un altro momento altrettanto interessante. Ad avvicinarmi sono stati alcuni uomini e tante donne che hanno espresso considerazioni significativamente diverse sul “mettersi a nudo” attraverso la poesia.
I primi hanno manifestato pudore e imbarazzo mentre dalle seconde sono arrivati segnali diametralmente opposti, efficamente espressi anche nei quadri esposti al Melià. Il filo conduttore dell’interessante collettiva è la donna nei suoi vari ruoli: figlia, sorella, compagna, lavoratrice, madre. La mostra, pur coinvolgendo artisti di generazioni e tendenze diverse, rappresenta in modo coralmente efficace i conflitti, le contraddizioni e le tensioni dell’universo femminile.
La violenza, fisica e psicologica, è uno dei temi centrali di questa esposizione non convenzionale, per niente “edulcorata”, che colpisce proprio per la forza e il significato profondo del suo messaggio. Le donne del nuovo millennio, esattamente come quelle di ieri, sono troppo spesso vittime all’interno delle loro famiglie e sul posto di lavoro. Non sempre trovano il coraggio di denunciare violenze e soprusi, di ribellarsi a vecchie e nuove schiavitù.
Fra i 35 lavori in mostra al Melià, ci sono anche “visioni” più serene ma la complessità della condizione femminile è il filo rosso che poeticamente lega l’intera esposizione. Nelle tele si ritrovano, intensi, i piaceri e i dolori dell’essere donna, vista come portatrice di una molteplicità di aspetti tra loro non antitetici ma complementari e ricchi di una sensibilità diversa da quella maschile.
domenica, marzo 09, 2008
Il Toto-Ravot impazza in Sardegna
Testo e foto esclusive in www.marellagiovannelli.com (sez.Mara Malda)
C’è, non c’è, è dentro, è fuori: in Sardegna impazza il Toto-Ravot. Ha creato notevole scompiglio una “voce” ripresa e mollata dalla stampa nel giro di 24 ore. Secondo non si sa bene chi, la lista sarda del Popolo della Libertà, avrebbe dovuto includere come candidata alla Camera, voluta dallo stesso Berlusconi, la giovane cantante sassarese Cristina Ravot. L’indiscrezione, gonfiata e sgonfiata a tempo di record, ha lasciato nell’Isola una “coda” tra il velenoso e il curioso. Ma chi è Cristina Ravot? In un articolo, firmato Mara Malda, nell’estate del 2006, su di lei scrivevo:
Un bel pezzo di Sardegna nella Berlusconi Band
C’è anche un bel pezzo di Sardegna nella Berlusconi Band che spesso segue il Cavaliere nelle sue uscite canterine. Lei si chiama Cristina Ravot, “giovane cantante sassarese, voce magnifica e corpo da sballo” come io stessa (deprecabile auto-citazione) ho scritto nell’agosto 2003. A quell’estate risalgono le fotografie qui pubblicate e, già da allora, la mora & sinuosa Ravot aveva le idee chiare. Niente più concorsi da velina (già fatto), massima concentrazione sul canto, studi al Conservatorio di Roma, l’approdo nella Bossa Band di Sandro Deidda e un repertorio swing ritmato e seducente.
Il fisico da pin-up male non fa; la voce è delicatamente melodiosa e Cristina si fa apprezzare nei locali più noti della capitale. Partecipa a concerti e serate (tre anni fa anche al piano bar del Pepero) ma la svolta arriva lo scorso inverno quando viene presentata ad Apicella e, dal Menestrello al Cavaliere, il passo è breve. Cristina Ravot, anche con un tempo da lupi, ben prima di questa, frenetica estate, seguiva il Berlusconi Ensemble per dei fine-settimana canterini alla Certosa. Il gruppo, guidato dal duo Silvio & Mariano, anche in bassa stagione, ha composto, provato e fatto musica nei vari angoli della villa e del parco. Rino Giglio e Loriana Lana hanno scritto le nuove canzoni per il prossimo disco di Apicella e Berlusconi che uscirà a fine settembre. Agosto quindi è tempo di prove ed anteprime (non solo alla Certosa) con la tonica Ravot che, nella sua Sardegna, ora canta “Tempo di rumba” e spesso balla con il Cavaliere.
sabato, marzo 08, 2008
Il Giostraio a riposo presentato a Sassari da Aldo Maria Morace
Testo integrale e foto in www.marellagiovannelli.com
Il Giostraio a riposo di Marella Giovannelli ha fatto tappa a Sassari. La presentazione del libro si è svolta nel salotto letterario della Mondadori Libreria Dessì affidata alle amorevoli cure di Chicca Pulina e Amelia Pigliaru. Ringrazio questa coppia vincente di donne per la loro squisita ospitalità. Prezioso il contributo di Eugenia Tognotti, storica, saggista e opinionista di prestigiose riviste italiane e straniere e dell’apprezzato musicista-cantatutore Mariano Melis che ha accompagnato Maria Antonietta Azzu e Mauro Orrù, nell’intensa e coinvolgente recitazione di una ventina di poesie tratte da “Il giostraio a riposo”.
A presentare il libro è stato Aldo Maria Morace. Ordinario di letteratura italiana, è preside della Facoltà di Lettere dell’Università di Sassari e direttore della Scuola di Dottorato in Scienze dei sistemi culturali. Ha pubblicato saggi su Dante, sui Fioretti, sul Tasso, su Campanella, su Antonio Piazza, sull'Ottocento (Sestini, Berchet, Manzoni, Varese, Guerrazzi, Leopardi, Prati, Mauro, Verga, Capuana, Farina, la novella romantica, il «Conciliatore», il romanticismo calabrese, d’Annunzio) e sul Novecento (Deledda, Pirandello, Tozzi, Alvaro, Montale, Quasimodo, D'Arzo, Seminara, Prisco, Bonaviri, D'Arrigo, Consolo, Satta, Calabrò, Maffia). Ha coordinato diversi progetti nazionali di ricerca, dirige collane di saggistica e di narrativa e la rivista «Crocevia»; è membro dei Comitati per l’Edizione Nazionale dell’Opera Omnia di Tasso, di Capuana e di De Roberto. Questo è un estratto della recensione scritta da Aldo Maria Morace:
Il Giostraio a riposo di Marella Giovannelli ha fatto tappa a Sassari. La presentazione del libro si è svolta nel salotto letterario della Mondadori Libreria Dessì affidata alle amorevoli cure di Chicca Pulina e Amelia Pigliaru. Ringrazio questa coppia vincente di donne per la loro squisita ospitalità. Prezioso il contributo di Eugenia Tognotti, storica, saggista e opinionista di prestigiose riviste italiane e straniere e dell’apprezzato musicista-cantatutore Mariano Melis che ha accompagnato Maria Antonietta Azzu e Mauro Orrù, nell’intensa e coinvolgente recitazione di una ventina di poesie tratte da “Il giostraio a riposo”.
A presentare il libro è stato Aldo Maria Morace. Ordinario di letteratura italiana, è preside della Facoltà di Lettere dell’Università di Sassari e direttore della Scuola di Dottorato in Scienze dei sistemi culturali. Ha pubblicato saggi su Dante, sui Fioretti, sul Tasso, su Campanella, su Antonio Piazza, sull'Ottocento (Sestini, Berchet, Manzoni, Varese, Guerrazzi, Leopardi, Prati, Mauro, Verga, Capuana, Farina, la novella romantica, il «Conciliatore», il romanticismo calabrese, d’Annunzio) e sul Novecento (Deledda, Pirandello, Tozzi, Alvaro, Montale, Quasimodo, D'Arzo, Seminara, Prisco, Bonaviri, D'Arrigo, Consolo, Satta, Calabrò, Maffia). Ha coordinato diversi progetti nazionali di ricerca, dirige collane di saggistica e di narrativa e la rivista «Crocevia»; è membro dei Comitati per l’Edizione Nazionale dell’Opera Omnia di Tasso, di Capuana e di De Roberto. Questo è un estratto della recensione scritta da Aldo Maria Morace:
“…Il giostraio a riposo si dipana in quattro sezioni: Fuoco, Terra, Acqua, Aria...Stupendamente illustrato e tipograficamente e bello. Titolo ossimorico. Giostraio: imprime il moto, ma è a riposo. Per guardare, per sentire, per meditare. Si è fermato a guardare lo sconcio polipaio in cui è immerso. Nella lirica della Giovannelli l’io poetico parla quasi esclusivamente attraverso i flussi e i ritmi della natura, traduce simbolicamente l'interezza del ciclo vitale nel suo moto e vi vede la porta che apre le plaghe dell'infinito pervenendo ad una scabra e densa e riconoscibile misura di canto pur nel percorrimento di una linea fra le più affascinanti e frequentate della poesia di ogni tempo. Ma se la poesia è concepita come strenua interrogazione ed itinerario esistenziale tra acque e terre, tra eros e decantazione meditativa, mutamento e persistenza sono sottoposti ad inversione: i miti seguono la deriva della corrente, si spostano per effetto della forza assidua che li sostiene e imprime il moto; e l'acqua, l'elemento più fluido ed instabile e fuggitivo, diviene ricordo, entità che conserva le memorie private come quelle dell'umanità....
E' la rivelazione di una voce di poesia, che traduce simbolicamente l'interezza del ciclo vitale nel movimento del mare, che vede in esso una porta aperta alle plaghe dell'infinito, pervenendo ad una sua compiuta dimensione stilistica ed espressiva, con esiti di alta suggestione che vengono ancor più potenziati dalla preziosità della veste editoriale e tipografica e dal rapporto, al tempo stesso osmotico e simbiotico, che si instaura tra i testi delle liriche e le spatolature coloristiche delle tavole di Lino Pes: una sinergia tra Poesia e pittura. Promana dalla raccolta della Giovannelli il fascino di una poesia che si rivela ancora umida di vita. Tutta riverberata sull'io della poetessa, al tempo stesso la raccolta non lo svela, non ne suggerisce contorni privati, cifre umane: l'io parla solo attraverso la natura, attingendo una sua essenziale, captante misura di canto pur nel percorrimento di un tema fra i più affascinanti e frequentati dalla poesia di tutti i tempi, da Omero a Virgilio, da Baudelaire a Rimbaud, da Saba a Montale, per non citare che qualche presenza in quest'ambito…
Aggettivazione mai clamorosa, estremamente oculata, che non sottrae il peso semantico al sostantivo che non lo domina. E' la collocazione, invece, a renderla preziosa, ad eludere la banalità sgranata della sintassi multimediale, anche attraverso l'uso accentuato della costruzione inversa nell'ambito della frase e del verso, con effetti di distillazione e di illimpidimento recitativo… Rime, assonanze e consonanze, che insorgono lì dove si scarica il peso espressivo, e talvolta in collocazione baciata. Una rete di rimandi e di richiami fonici all'interno delle singole liriche tra una lirica e un'altra. Unico movimento musicale giocato stupendamente: in accordo sintonico con i ritmi e le voci della natura, e quasi con il movimento alterno delle onde. Esito a circuito chiuso nell'ambito delle singole liriche (il mare che s'avvolge su se stesso); ma anche rimando continuo da una lirica all'altra fino ad attingere la dimensione compatta del canzoniere, imperniata su una trepida dialettica tra smarrimento e sogno, tra dilatarsi dell'ombra e ritrovata percezione mallarmeana dell'azzurro, tra placidità notturna e improvvisa irruenza ventosa, fra dilagare dei giorni ed epifania dell'esistere; e sempre con coerenza tonale, concentrando ogni elemento, ogni linea, ogni rimando, naturalistico e simbolico, nell'alveo onniassorbente dei quattro elementi naturali. Il dato fisico si fonde con la tonalità dell'anima. Referente naturale che diviene dato simbolico...
E' una frustrazione che segna la progressione dell'ombra. Ma ancora può aprirsi il margine del miracolo, l'epifania di un'immagine vitale sottratta, montalianamente, al frantume dell'inesistenza. E le parole del tempo riportano alla memoria giorni lunghi di amare discordanze, come sempre nella Giovannelli mai drammatizzate, ma rese sempre con gli accenti attenuati che dà il pudore del dolore. La lirica s'affolta di presenze spoglie, smorte: una spirale di malinconia dolorosa innesca un movimento onniassorbente di fuga: fuga dei giorni, della luna, dei gabbiani. E' un universo in fuga rapinosa, cui si contrappone il lamento muto delle cose sciupate e rapprese. Quasi ad esorcizzare il sovrastare dell'ombra, lo smarrimento della luce, l'io poetico inastaura lo spazio raccolto di un giardino, si circoscrive nelle sue valve verdi per risuscitare la presenza della luce attraverso la dimensione salvifica del ricordo. E se il vento iroso cancella l'impronta del ricordo, se l'ombra sembra accerchiare e fagocitare l'irenico lucore del raggio lunare, poi il miracolo d'esistere tornerà ad infiltrarsi nel muro desolato della roccia, nello spessore del silenzio che condanna alla sterilità la terra desolata, attraverso la rapinosità dell'eros.
I silenzi incantati dell'autunno risuonano con vibrazione sommessa e densa, quasi un infiltrarsi del torpore, un lento vanire della memoria dei giorni. Vi s'instaura un ritmo rallentato, pausato, come il trasmutarsi pigro della luce. “Silenzio” e “solitudine” sono, d'altronde, parole chiave, autentici mot clé nell'universo poetico della Giovannelli: l'ombra della sera accampa solitudine di vento; e la solitudine promana dall'oblio delle voci che si sono spente, con un rarefarsi estremo, ma non compiaciuto delle presenze umane, quasi un'oblazione dolorosa che paga la ricchezza gelosa dell'interiorità. Notti ed albe sono le ore topiche della poesia della Giovannelli. Per ascoltare le voci del silenzio, per attingere una percezione depurata del cosmo: una percettività sensoriale acutissima, magicamente dilatata, crea un rimando speculare tra tra micro e macrocosmo...
E' la rivelazione di una voce di poesia, che traduce simbolicamente l'interezza del ciclo vitale nel movimento del mare, che vede in esso una porta aperta alle plaghe dell'infinito, pervenendo ad una sua compiuta dimensione stilistica ed espressiva, con esiti di alta suggestione che vengono ancor più potenziati dalla preziosità della veste editoriale e tipografica e dal rapporto, al tempo stesso osmotico e simbiotico, che si instaura tra i testi delle liriche e le spatolature coloristiche delle tavole di Lino Pes: una sinergia tra Poesia e pittura. Promana dalla raccolta della Giovannelli il fascino di una poesia che si rivela ancora umida di vita. Tutta riverberata sull'io della poetessa, al tempo stesso la raccolta non lo svela, non ne suggerisce contorni privati, cifre umane: l'io parla solo attraverso la natura, attingendo una sua essenziale, captante misura di canto pur nel percorrimento di un tema fra i più affascinanti e frequentati dalla poesia di tutti i tempi, da Omero a Virgilio, da Baudelaire a Rimbaud, da Saba a Montale, per non citare che qualche presenza in quest'ambito…
Aggettivazione mai clamorosa, estremamente oculata, che non sottrae il peso semantico al sostantivo che non lo domina. E' la collocazione, invece, a renderla preziosa, ad eludere la banalità sgranata della sintassi multimediale, anche attraverso l'uso accentuato della costruzione inversa nell'ambito della frase e del verso, con effetti di distillazione e di illimpidimento recitativo… Rime, assonanze e consonanze, che insorgono lì dove si scarica il peso espressivo, e talvolta in collocazione baciata. Una rete di rimandi e di richiami fonici all'interno delle singole liriche tra una lirica e un'altra. Unico movimento musicale giocato stupendamente: in accordo sintonico con i ritmi e le voci della natura, e quasi con il movimento alterno delle onde. Esito a circuito chiuso nell'ambito delle singole liriche (il mare che s'avvolge su se stesso); ma anche rimando continuo da una lirica all'altra fino ad attingere la dimensione compatta del canzoniere, imperniata su una trepida dialettica tra smarrimento e sogno, tra dilatarsi dell'ombra e ritrovata percezione mallarmeana dell'azzurro, tra placidità notturna e improvvisa irruenza ventosa, fra dilagare dei giorni ed epifania dell'esistere; e sempre con coerenza tonale, concentrando ogni elemento, ogni linea, ogni rimando, naturalistico e simbolico, nell'alveo onniassorbente dei quattro elementi naturali. Il dato fisico si fonde con la tonalità dell'anima. Referente naturale che diviene dato simbolico...
E' una frustrazione che segna la progressione dell'ombra. Ma ancora può aprirsi il margine del miracolo, l'epifania di un'immagine vitale sottratta, montalianamente, al frantume dell'inesistenza. E le parole del tempo riportano alla memoria giorni lunghi di amare discordanze, come sempre nella Giovannelli mai drammatizzate, ma rese sempre con gli accenti attenuati che dà il pudore del dolore. La lirica s'affolta di presenze spoglie, smorte: una spirale di malinconia dolorosa innesca un movimento onniassorbente di fuga: fuga dei giorni, della luna, dei gabbiani. E' un universo in fuga rapinosa, cui si contrappone il lamento muto delle cose sciupate e rapprese. Quasi ad esorcizzare il sovrastare dell'ombra, lo smarrimento della luce, l'io poetico inastaura lo spazio raccolto di un giardino, si circoscrive nelle sue valve verdi per risuscitare la presenza della luce attraverso la dimensione salvifica del ricordo. E se il vento iroso cancella l'impronta del ricordo, se l'ombra sembra accerchiare e fagocitare l'irenico lucore del raggio lunare, poi il miracolo d'esistere tornerà ad infiltrarsi nel muro desolato della roccia, nello spessore del silenzio che condanna alla sterilità la terra desolata, attraverso la rapinosità dell'eros.
I silenzi incantati dell'autunno risuonano con vibrazione sommessa e densa, quasi un infiltrarsi del torpore, un lento vanire della memoria dei giorni. Vi s'instaura un ritmo rallentato, pausato, come il trasmutarsi pigro della luce. “Silenzio” e “solitudine” sono, d'altronde, parole chiave, autentici mot clé nell'universo poetico della Giovannelli: l'ombra della sera accampa solitudine di vento; e la solitudine promana dall'oblio delle voci che si sono spente, con un rarefarsi estremo, ma non compiaciuto delle presenze umane, quasi un'oblazione dolorosa che paga la ricchezza gelosa dell'interiorità. Notti ed albe sono le ore topiche della poesia della Giovannelli. Per ascoltare le voci del silenzio, per attingere una percezione depurata del cosmo: una percettività sensoriale acutissima, magicamente dilatata, crea un rimando speculare tra tra micro e macrocosmo...
giovedì, marzo 06, 2008
Cristoforo Colombo scopritore dell’America? Lui no, il sanlurese Christoval Colón si
Testo e foto in www.marellagiovannelli.com (sez.Mara Malda)
Imperdibile sull’Unione Sarda di oggi l’articolo del giornalista Emiliano Farina che ha intervistato la scrittrice spagnola Marisa Azuara in trasferta a Sanluri, capoluogo del Medio Campidano, per presentare il suo libro sulle presunte origini sarde del vero scopritore dell’America: Christoval Colón. Il quale, sempre secondo la sempre più suggestiva tesi dell’Azuara, sarebbe una persona completamente diversa dal Cristoforo Colombo universalmente noto. Una riflessione merita anche il commento del giornalista alla fine dell’intervista che pubblichiamo integralmente:
Due Colombo per una sola America
di Emiliano Farina
La storia e i suoi misteri: non è stato Cristoforo Colombo a scoprire l'America ma un'altra persona, Christoval Colón. Ossia non il figlio di un lanaiolo genovese come attestano i documenti storici, ma un (presunto) nobile sardo-aragonese nato nel castello di Sanluri. Due persone distinte vissute nella stessa epoca ma nate in anni diversi: il primo intorno al 1451 e il secondo nel 1436. È questo lo scenario dipinto dalla studiosa spagnola Marisa Azuara (autrice del libro Christoval Colón. Más grande que la leyenda con cui sta tentando di riscrivere la biografia del Grande scopritore) che martedì ha presentato la sua tesi nel capoluogo del Medio Campidano. Le circa duecento persone stipate nella sala dell'ex Monte granatico l'aspettano con impazienza. La verità storica è un argomento di secondo piano perché sul tavolo c'è un colpo da mille e una notte legato all'apertura di suggestivi scenari turistici. E dunque la platea è tutta per questa signora venuta dalla Spagna a comunicare la nuova verità.
Perché tutti la chiamano professoressa? «Non lo so».
Che lavoro fa? «Mi sono sempre occupata di turismo. Fino a otto anni fa ero la direttrice commerciale di un Tour operator».
E poi? «Un lutto in famiglia. Ho mollato tutto e da allora mi dedico soltanto all'attività di scrittrice».
Com'è nata l'idea del libro-rivelazione? Le risposte dell'Azuara sono due e diverse. Nelle chiacchiere prima del convegno spiega che «è nata come fiction e poi, man mano che ho scoperto i documenti l'ho trasformato in un saggio storico». Al cronista, invece, risponde diversamente: «Una famiglia di origini siciliane, i De Ena, mi ha incaricata di studiare il loro albero genealogico. Ho iniziato così».
Com'è possibile riscrivere le origini di Colombo “dimenticandosi” di centinaia di documenti che attestano la sua genovesità, da tempo accreditata in quasi tutto il mondo? «Il Cristoforo Colombo, figlio di Domenico, cui fanno riferimento quei documenti non è colui che ha scoperto l'America. Il vero scopritore è Christoval Colón, nato a Sanluri e di madre aragonese. Sono due persone distinte, non confondiamole».
Che metodo ha seguito? «Quello del saggio storico».
Anche le note a margine, discorsive e con scarsi riferimenti ai documenti, seguono lo schema della ricerca storica? «Certamente».
Cosa si aspetta dal suo lavoro? «Che gli storici ufficiali verifichino le mie conclusioni e riprendano gli studi sulle vere origini di Colombo. Fino ad ora nessuno di loro si è espresso negativamente sulla mia teoria».
Non è esatto: colombisti e medievalisti delle Università di Cagliari e Sassari hanno già detto che la sua tesi non ha alcun fondamento storico. La definiscono un'opera di fantasia. «Le mie conclusioni si basano sugli studi di storici spagnoli ma soprattutto sulla ricostruzione genealogica tracciata dall'associazione araldica della Sardegna, esattamente dal presidente Enrico Tola Grixoni. E anche su uno studio di Antonello Mattone, dell'Università di Sassari».
*** La signora Azuara non è interessata al tema dell'intervista e preferisce restituirsi a un pubblico che per lei ha soltanto applausi e ammirazione. Quando l'unica voce fuori dal coro (il ricercatore indipendente sanlurese Gianni Mereu) prova a riportare il discorso sul confronto documentale viene invitato a chiuderla lì: «Non è questa l'occasione per confutare la tesi». Il resto sono operatori culturali con l'acquolina in bocca e un'amministrazione comunale fiduciosa di scoprire un'America purché sia. L'assessore alla Cultura, Antonello Mancosu: «Ci crediamo molto e vogliamo investirci». Il sindaco Alessandro Collu è più cauto: «Speriamo che la teoria venga confermata. E smettiamola di darci sempre addosso, magari scopriamo che Colombo è nato davvero a Sanluri». Magari.
Imperdibile sull’Unione Sarda di oggi l’articolo del giornalista Emiliano Farina che ha intervistato la scrittrice spagnola Marisa Azuara in trasferta a Sanluri, capoluogo del Medio Campidano, per presentare il suo libro sulle presunte origini sarde del vero scopritore dell’America: Christoval Colón. Il quale, sempre secondo la sempre più suggestiva tesi dell’Azuara, sarebbe una persona completamente diversa dal Cristoforo Colombo universalmente noto. Una riflessione merita anche il commento del giornalista alla fine dell’intervista che pubblichiamo integralmente:
Due Colombo per una sola America
di Emiliano Farina
La storia e i suoi misteri: non è stato Cristoforo Colombo a scoprire l'America ma un'altra persona, Christoval Colón. Ossia non il figlio di un lanaiolo genovese come attestano i documenti storici, ma un (presunto) nobile sardo-aragonese nato nel castello di Sanluri. Due persone distinte vissute nella stessa epoca ma nate in anni diversi: il primo intorno al 1451 e il secondo nel 1436. È questo lo scenario dipinto dalla studiosa spagnola Marisa Azuara (autrice del libro Christoval Colón. Más grande que la leyenda con cui sta tentando di riscrivere la biografia del Grande scopritore) che martedì ha presentato la sua tesi nel capoluogo del Medio Campidano. Le circa duecento persone stipate nella sala dell'ex Monte granatico l'aspettano con impazienza. La verità storica è un argomento di secondo piano perché sul tavolo c'è un colpo da mille e una notte legato all'apertura di suggestivi scenari turistici. E dunque la platea è tutta per questa signora venuta dalla Spagna a comunicare la nuova verità.
Perché tutti la chiamano professoressa? «Non lo so».
Che lavoro fa? «Mi sono sempre occupata di turismo. Fino a otto anni fa ero la direttrice commerciale di un Tour operator».
E poi? «Un lutto in famiglia. Ho mollato tutto e da allora mi dedico soltanto all'attività di scrittrice».
Com'è nata l'idea del libro-rivelazione? Le risposte dell'Azuara sono due e diverse. Nelle chiacchiere prima del convegno spiega che «è nata come fiction e poi, man mano che ho scoperto i documenti l'ho trasformato in un saggio storico». Al cronista, invece, risponde diversamente: «Una famiglia di origini siciliane, i De Ena, mi ha incaricata di studiare il loro albero genealogico. Ho iniziato così».
Com'è possibile riscrivere le origini di Colombo “dimenticandosi” di centinaia di documenti che attestano la sua genovesità, da tempo accreditata in quasi tutto il mondo? «Il Cristoforo Colombo, figlio di Domenico, cui fanno riferimento quei documenti non è colui che ha scoperto l'America. Il vero scopritore è Christoval Colón, nato a Sanluri e di madre aragonese. Sono due persone distinte, non confondiamole».
Che metodo ha seguito? «Quello del saggio storico».
Anche le note a margine, discorsive e con scarsi riferimenti ai documenti, seguono lo schema della ricerca storica? «Certamente».
Cosa si aspetta dal suo lavoro? «Che gli storici ufficiali verifichino le mie conclusioni e riprendano gli studi sulle vere origini di Colombo. Fino ad ora nessuno di loro si è espresso negativamente sulla mia teoria».
Non è esatto: colombisti e medievalisti delle Università di Cagliari e Sassari hanno già detto che la sua tesi non ha alcun fondamento storico. La definiscono un'opera di fantasia. «Le mie conclusioni si basano sugli studi di storici spagnoli ma soprattutto sulla ricostruzione genealogica tracciata dall'associazione araldica della Sardegna, esattamente dal presidente Enrico Tola Grixoni. E anche su uno studio di Antonello Mattone, dell'Università di Sassari».
*** La signora Azuara non è interessata al tema dell'intervista e preferisce restituirsi a un pubblico che per lei ha soltanto applausi e ammirazione. Quando l'unica voce fuori dal coro (il ricercatore indipendente sanlurese Gianni Mereu) prova a riportare il discorso sul confronto documentale viene invitato a chiuderla lì: «Non è questa l'occasione per confutare la tesi». Il resto sono operatori culturali con l'acquolina in bocca e un'amministrazione comunale fiduciosa di scoprire un'America purché sia. L'assessore alla Cultura, Antonello Mancosu: «Ci crediamo molto e vogliamo investirci». Il sindaco Alessandro Collu è più cauto: «Speriamo che la teoria venga confermata. E smettiamola di darci sempre addosso, magari scopriamo che Colombo è nato davvero a Sanluri». Magari.
mercoledì, marzo 05, 2008
Mai pensato di sfrattare Chiara Vigo, Sacerdotessa-Ambasciatrice del bisso

Testo e foto in www.marellagiovannelli.com (sez. Marella Giovannelli)
"Buongiorno a tutti, mi chiamo Chiara Vigo e abito nell'Isola di Sant'Antioco a Sud-Ovest della Sardegna. Da anni cerco di difendere un'Arte millenaria dagli attacchi del vivere attuale. I Maestri sono stanchi." Nome e cognome "Chiara Vigo". Professione "Maestro di Bisso Marino". Hobbies "Essere e Tessere il filo dell'Acqua". Pensi di partecipare attivamente al gruppo?
"Penso di poter offrire la mia rete di comunicazione mondiale. Se serve! " Questo “profilo”, pubblicato nello spazio riservato al Gruppo d'incontro Beppe Grillo di Cagliari (beppegrillo.meetup.com/31/members/5333412/), è in Rete dal 13 ottobre 2007 ma, già da molti anni, la “sacerdotessa” del bisso, proclama al mondo la sua fatica. Oggi, alla storia di Chiara Vigo dedica ampio spazio il quotidiano “La Nuova Sardegna” con un articolo, firmato da Felice Testa.
Il titolo “La regina del bisso è stata sfrattata” ha però fatto infuriare il Sindaco di Sant’Antioco Mario Corongiu che, molto seccato, replica: “Nessuno ha mai avuto intenzione di sfrattare la signora Chiara Vigo, non capisco perché si vogliano far credere simili falsità”. In effetti, tralasciando il titolo, da qualche frase del lungo pezzo, si intuisce una verità diversa dal lancio iniziale. Nell’articolo si precisa che “il contratto di comodato d’uso gratuito della sala del Montegranatico è scaduto il 31 dicembre 2007 e non è stato rinnovato.” Una trentina di righe dopo si legge anche la dichiarazione del Sindaco di Sant’Antioco che “ fa appello alla lentezza dei tempi tecnici” e ribadisce: “Nessuno vuole cacciare la signora Vigo dal Montegranatico. Insieme al suo contratto ne sono scaduti altri quattro o cinque e verranno tutti rinnovati, ma i tempi burocratici non sono velocissimi”.
Dissolta la sfratto-bufala, resta comunque di grande impatto mediatico la vicenda umana, con risvolti “sacerdotali” di Chiara Vigo che si definisce “Maestro di Bisso Marino”. Ospite di numerosi convegni e manifestazioni in Italia e all’estero, lei continua a raccontare con dovizia di particolari carismatici la sua “missione”, a cominciare dalla descrizione del giuramento fatto alla nonna. Quel vincolo sacro obbliga Chiara Vigo a non sfruttare la ricchezza del mare. “La Penelope del bisso”, nel 2001, attirò l’attenzione di Panorama che le dedicò il seguente trafiletto: “Tessitrice sarda, unica in Europa ed una delle poche al mondo, che ancora tesse la cosiddetta “seta di mare”, ovvero il bisso, un filamento che secernono alcuni molluschi, le nacchere, che si trovano nei fondali dell'Isola di Sant'Antioco.
E' un'arte complessa, che richiede maestria e pazienza: Chiara Vigo, definita unica erede di Berenice, infatti, tinge il suo bisso con erba che raccoglie durante il periodo di luna nuova, che stende solo quando tira il libeccio e che tratta con il latte di capra. Lo fila solo con un fuso di canna e lo tesse su un pesantissimo telaio in legno, ripetendo all'infinito gesti di certosina precisione.” Convinta di dover tutelare in tutti i modi “un’arte destinata a scomparire con l’ultima custode dei suoi segreti”, la tessitrice di Sant’Antioco afferma categorica: “Il bisso lo difendo e lo custodisco io, non si tocca, non serve per il commercio, le mie opere vanno gratuitamente a chi me le chiede. Essere un maestro non vuol dire fare del proprio sapere una merce. Il maestro tesse un filo d’acqua fatto di relazioni con le persone, diffonde la cultura del bisso. Il suo compito è conservare per chi verrà, ciò che già c’era.
Ho appreso l’essenza del bisso da mia nonna paterna, Maria Maddalena Rosina Mereu, detta Leonilde, maestra di tessuto, e ho imparato che il patrimonio delle mie mani non è mio, ma delle persone e dei loro figli…La verità è che rappresento il bisso nel mondo. Si sono occupati di me i media di tutto il mondo, tv giapponesi, la Bbc, la Cnn, il New York Times perché sono la testimone di un mistero antico. Richiamo a Sant’Antioco, nel Sulcis, trentamila turisti l’anno che vengono per sentire parlare del bisso, per vedere il laboratorio. Ho portato il tessuto in giro per i musei e le università di mezzo mondo, perché il Sulcis e la Sardegna vengano conosciute come scrigno di arti millenarie…”. Sporadicamente, qualche voce critica accusa Chiara Vigo di mancanza d’umiltà e umorismo ma lei non pretende di essere anche simpatica.
"Penso di poter offrire la mia rete di comunicazione mondiale. Se serve! " Questo “profilo”, pubblicato nello spazio riservato al Gruppo d'incontro Beppe Grillo di Cagliari (beppegrillo.meetup.com/31/members/5333412/), è in Rete dal 13 ottobre 2007 ma, già da molti anni, la “sacerdotessa” del bisso, proclama al mondo la sua fatica. Oggi, alla storia di Chiara Vigo dedica ampio spazio il quotidiano “La Nuova Sardegna” con un articolo, firmato da Felice Testa.
Il titolo “La regina del bisso è stata sfrattata” ha però fatto infuriare il Sindaco di Sant’Antioco Mario Corongiu che, molto seccato, replica: “Nessuno ha mai avuto intenzione di sfrattare la signora Chiara Vigo, non capisco perché si vogliano far credere simili falsità”. In effetti, tralasciando il titolo, da qualche frase del lungo pezzo, si intuisce una verità diversa dal lancio iniziale. Nell’articolo si precisa che “il contratto di comodato d’uso gratuito della sala del Montegranatico è scaduto il 31 dicembre 2007 e non è stato rinnovato.” Una trentina di righe dopo si legge anche la dichiarazione del Sindaco di Sant’Antioco che “ fa appello alla lentezza dei tempi tecnici” e ribadisce: “Nessuno vuole cacciare la signora Vigo dal Montegranatico. Insieme al suo contratto ne sono scaduti altri quattro o cinque e verranno tutti rinnovati, ma i tempi burocratici non sono velocissimi”.
Dissolta la sfratto-bufala, resta comunque di grande impatto mediatico la vicenda umana, con risvolti “sacerdotali” di Chiara Vigo che si definisce “Maestro di Bisso Marino”. Ospite di numerosi convegni e manifestazioni in Italia e all’estero, lei continua a raccontare con dovizia di particolari carismatici la sua “missione”, a cominciare dalla descrizione del giuramento fatto alla nonna. Quel vincolo sacro obbliga Chiara Vigo a non sfruttare la ricchezza del mare. “La Penelope del bisso”, nel 2001, attirò l’attenzione di Panorama che le dedicò il seguente trafiletto: “Tessitrice sarda, unica in Europa ed una delle poche al mondo, che ancora tesse la cosiddetta “seta di mare”, ovvero il bisso, un filamento che secernono alcuni molluschi, le nacchere, che si trovano nei fondali dell'Isola di Sant'Antioco.
E' un'arte complessa, che richiede maestria e pazienza: Chiara Vigo, definita unica erede di Berenice, infatti, tinge il suo bisso con erba che raccoglie durante il periodo di luna nuova, che stende solo quando tira il libeccio e che tratta con il latte di capra. Lo fila solo con un fuso di canna e lo tesse su un pesantissimo telaio in legno, ripetendo all'infinito gesti di certosina precisione.” Convinta di dover tutelare in tutti i modi “un’arte destinata a scomparire con l’ultima custode dei suoi segreti”, la tessitrice di Sant’Antioco afferma categorica: “Il bisso lo difendo e lo custodisco io, non si tocca, non serve per il commercio, le mie opere vanno gratuitamente a chi me le chiede. Essere un maestro non vuol dire fare del proprio sapere una merce. Il maestro tesse un filo d’acqua fatto di relazioni con le persone, diffonde la cultura del bisso. Il suo compito è conservare per chi verrà, ciò che già c’era.
Ho appreso l’essenza del bisso da mia nonna paterna, Maria Maddalena Rosina Mereu, detta Leonilde, maestra di tessuto, e ho imparato che il patrimonio delle mie mani non è mio, ma delle persone e dei loro figli…La verità è che rappresento il bisso nel mondo. Si sono occupati di me i media di tutto il mondo, tv giapponesi, la Bbc, la Cnn, il New York Times perché sono la testimone di un mistero antico. Richiamo a Sant’Antioco, nel Sulcis, trentamila turisti l’anno che vengono per sentire parlare del bisso, per vedere il laboratorio. Ho portato il tessuto in giro per i musei e le università di mezzo mondo, perché il Sulcis e la Sardegna vengano conosciute come scrigno di arti millenarie…”. Sporadicamente, qualche voce critica accusa Chiara Vigo di mancanza d’umiltà e umorismo ma lei non pretende di essere anche simpatica.
domenica, marzo 02, 2008
Sanremo è sempre Sanremo tra incubi, polemiche fantasmi e plagi
Testo e foto in www.marellagiovannelli.com (sez.Mara Malda)
Il Festival di Sanremo 2008 va in archivio tra gli incubi da auditel, le polemiche per la canzone non originale di Loredana Berté e il fantasma dei Jalisse sulla coppia dei vincitori Giò Di Tonno e Lola Ponce. Qualche freccetta avvelenata mediatica è stata lanciata anche a Mario Venuti per la sua interpretazione (alla Carmen Consoli) del brano “A Ferro e Fuoco” che avrebbe lo stesso attacco di "Sei nell'anima" di Gianna Nannini. Il maestro Vince Tempera ha giustificato questa ed altre somiglianze dichiarando che “dopo un secolo di musica leggera le combinazioni melodiche ed armoniche sono esaurite, è quindi inevitabile che per comporre un motivo orecchiabile si finisca col ripetere frasi musicali già scritte”.
Dalla similitudine per coincidenza, e quindi in buona fede, al plagio vero e proprio, il passo non è certamente breve. L’iter finalizzato all'accertamento di un eventuale plagio richiede una procedura lunga e complessa, ben nota allo stesso Mario Venuti, accusato di plagio dal cantautore sardo Mariano Melis. La causa va avanti da tre anni e la sentenza del giudice Tarantola del Tribunale di Milano è attesa entro il 2008. Intanto, nell’udienza del prossimo 26 marzo, sarà esaminata la perizia depositata lo scorso 28 febbraio dal CTU Alessandro Traverso. Il consulente tecnico ha messo a confronto i ritornelli di “Echi d’infinito”, scritta da Venuti/ Kaballà, presentata da Antonella Ruggiero a Sanremo 2005 e della canzone “Isolaerrante”, scritta da Mariano Melis.
Una della tante “coincidenze” di questo caso musical-giudiziario è che la splendida “Isolaerrante” di Mariano Melis aveva anche partecipato alle selezioni dell'Accademia della Canzone di Sanremo dal 17 al 22 settembre 2001 a Sanremo, presso il Centro Ariston Roof. La circostanza è documentata dal certificato di frequenza rilasciato a Mariano Melis e dai filmati delle esibizioni effettuate in VHS, realizzati e messi in vendita dalla stessa organizzazione “Publimod”. Inoltre la canzone “Isolaerrante” e il relativo videoclip sono disponibili online sin dalla pubblicazione del disco nel 2002; ad esempio nel sito www.tronos.net che si occupa di produzioni e distribuzione di musica e cultura sarda. Facilmente rintracciabile in Rete è anche la sovrapposizione dei ritornelli di “Isolaerrante” (cantata da Mariano Melis) e di “Echi d’infinito” (cantata da Antonella Ruggiero).
La melodia, il ritmo e la progressione armonica degli accordi sono incredibilmente simili. Il ritornello è formato da due frasi melodiche, ognuna composta da 20 note musicali di cui 18 sono assolutamente le stesse. E si ripete, si ripete, si ripete…La somiglianza è stata subito segnalata all’organizzazione del Festival e alla casa discografica ma, non avendo ricevuto alcuna risposta, Mariano Melis ha deciso di procedere per vie legali, assistito dallo studio Berlinguer di Sassari. Un’ulteriore sorpresa-beffa per il cantautore sardo è stato il video-clip di "Echi d’infinito", girato proprio in Sardegna.
La stessa Antonello Ruggiero, in un’intervista rilasciata ad un quotidiano isolano, ha dichiarato che questa canzone si ispirava alla magica atmosfera della Sardegna. Coincidenza ancora più strana visto che Mario Venuti è siciliano. La straordinaria somiglianza tra i ritornelli di “Echi d’infinito” e “Isolaerrante” trova riscontro anche nella suoneria telefonica che, per sua natura, permette di “individuare e riconoscere una canzone con immediatezza da parte di ascoltatori normali”.
Il Festival di Sanremo 2008 va in archivio tra gli incubi da auditel, le polemiche per la canzone non originale di Loredana Berté e il fantasma dei Jalisse sulla coppia dei vincitori Giò Di Tonno e Lola Ponce. Qualche freccetta avvelenata mediatica è stata lanciata anche a Mario Venuti per la sua interpretazione (alla Carmen Consoli) del brano “A Ferro e Fuoco” che avrebbe lo stesso attacco di "Sei nell'anima" di Gianna Nannini. Il maestro Vince Tempera ha giustificato questa ed altre somiglianze dichiarando che “dopo un secolo di musica leggera le combinazioni melodiche ed armoniche sono esaurite, è quindi inevitabile che per comporre un motivo orecchiabile si finisca col ripetere frasi musicali già scritte”.
Dalla similitudine per coincidenza, e quindi in buona fede, al plagio vero e proprio, il passo non è certamente breve. L’iter finalizzato all'accertamento di un eventuale plagio richiede una procedura lunga e complessa, ben nota allo stesso Mario Venuti, accusato di plagio dal cantautore sardo Mariano Melis. La causa va avanti da tre anni e la sentenza del giudice Tarantola del Tribunale di Milano è attesa entro il 2008. Intanto, nell’udienza del prossimo 26 marzo, sarà esaminata la perizia depositata lo scorso 28 febbraio dal CTU Alessandro Traverso. Il consulente tecnico ha messo a confronto i ritornelli di “Echi d’infinito”, scritta da Venuti/ Kaballà, presentata da Antonella Ruggiero a Sanremo 2005 e della canzone “Isolaerrante”, scritta da Mariano Melis.
Una della tante “coincidenze” di questo caso musical-giudiziario è che la splendida “Isolaerrante” di Mariano Melis aveva anche partecipato alle selezioni dell'Accademia della Canzone di Sanremo dal 17 al 22 settembre 2001 a Sanremo, presso il Centro Ariston Roof. La circostanza è documentata dal certificato di frequenza rilasciato a Mariano Melis e dai filmati delle esibizioni effettuate in VHS, realizzati e messi in vendita dalla stessa organizzazione “Publimod”. Inoltre la canzone “Isolaerrante” e il relativo videoclip sono disponibili online sin dalla pubblicazione del disco nel 2002; ad esempio nel sito www.tronos.net che si occupa di produzioni e distribuzione di musica e cultura sarda. Facilmente rintracciabile in Rete è anche la sovrapposizione dei ritornelli di “Isolaerrante” (cantata da Mariano Melis) e di “Echi d’infinito” (cantata da Antonella Ruggiero).
La melodia, il ritmo e la progressione armonica degli accordi sono incredibilmente simili. Il ritornello è formato da due frasi melodiche, ognuna composta da 20 note musicali di cui 18 sono assolutamente le stesse. E si ripete, si ripete, si ripete…La somiglianza è stata subito segnalata all’organizzazione del Festival e alla casa discografica ma, non avendo ricevuto alcuna risposta, Mariano Melis ha deciso di procedere per vie legali, assistito dallo studio Berlinguer di Sassari. Un’ulteriore sorpresa-beffa per il cantautore sardo è stato il video-clip di "Echi d’infinito", girato proprio in Sardegna.
La stessa Antonello Ruggiero, in un’intervista rilasciata ad un quotidiano isolano, ha dichiarato che questa canzone si ispirava alla magica atmosfera della Sardegna. Coincidenza ancora più strana visto che Mario Venuti è siciliano. La straordinaria somiglianza tra i ritornelli di “Echi d’infinito” e “Isolaerrante” trova riscontro anche nella suoneria telefonica che, per sua natura, permette di “individuare e riconoscere una canzone con immediatezza da parte di ascoltatori normali”.
mercoledì, febbraio 20, 2008
Dalle “cartoline marziane” ai primi uomini sul Pianeta Rosso nel 2020

Testo e foto in www.marellagiovannelli.com (sez.Marella Giovannelli)
La sonda Phoenix è in viaggio verso Marte alla ricerca di acqua e forme di vita, presenti o passate. Ci arriverà nel periodo compreso tra maggio e settembre 2008. Nel 2020, invece, il suolo di Marte, sarà calpestato dai primi astronauti. Ne è convinto Brian Muirhead, l’ingegnere della Nasa, padre-pioniere delle attuali missioni sul Pianeta Rosso.
Sta lavorando ad un progetto che prevede l’esplorazione non più effettuata da sonde, come è stato fino ad oggi, ma da uomini. Impiegheranno dai sette ai dodici mesi per raggiungere Marte dove troveranno una gravità pari a 0,38 (quella della Terra è 1), temperature di -100 gradi centigradi e un'orografia rocciosa, simile a quella della Valle della Morte in California. La spedizione porterà sul Pianeta Rosso un apparecchio che eseguirà analisi biochimiche istantanee e sarà in grado di individuare ogni traccia di vita, anche la più microscopica.
Da approfondire un’ipotesi, per ora solo suggestiva: se su Marte un tempo ci fu vita, l'impatto di un asteroide potrebbe aver provocato la diffusione nello spazio di rocce marziane, contenenti microrganismi, che poi sono arrivate fino a noi. Ma potrebbe anche essere avvenuto l'opposto, o che la vita si sia generata in entrambi i pianeti separatamente.
Il Pianeta Rosso oggi è freddo e asciutto, con una sottile atmosfera di biossido di carbonio; non ci sono fiumi, mari o laghi. Ma, in passato, l’aspetto di Marte era probabilmente molto diverso e non si esclude la presenza dell’acqua e di alcune forme di vita.
Lo studio condotto dalla sonda Opportunity sulla superficie del Pianeta Rosso ha infatti rivelato l'esistenza di solfati e di altri minerali che si formano in presenza di acqua. E allora, forse, potevano anche svilupparsi organismi viventi.
Le scanalature che collegano rilievi e depressioni del suolo marziano, veri e propri canyon, hanno convinto la maggior parte degli scienziati che l'acqua abbia eroso a lungo il territorio prima di scomparire, almeno in forma liquida. Sul Pianeta Rosso, in effetti, entrambe le calotte polari sono formate da ghiaccio.
In quarant’anni, dalla prima missione ad oggi, sono state inviate a terra “cartoline marziane” sempre più definite. Immagini stupefacenti, tridimensionali e colorate, puntualmente pubblicate sul sito della Nasa.
La sonda Phoenix è in viaggio verso Marte alla ricerca di acqua e forme di vita, presenti o passate. Ci arriverà nel periodo compreso tra maggio e settembre 2008. Nel 2020, invece, il suolo di Marte, sarà calpestato dai primi astronauti. Ne è convinto Brian Muirhead, l’ingegnere della Nasa, padre-pioniere delle attuali missioni sul Pianeta Rosso.
Sta lavorando ad un progetto che prevede l’esplorazione non più effettuata da sonde, come è stato fino ad oggi, ma da uomini. Impiegheranno dai sette ai dodici mesi per raggiungere Marte dove troveranno una gravità pari a 0,38 (quella della Terra è 1), temperature di -100 gradi centigradi e un'orografia rocciosa, simile a quella della Valle della Morte in California. La spedizione porterà sul Pianeta Rosso un apparecchio che eseguirà analisi biochimiche istantanee e sarà in grado di individuare ogni traccia di vita, anche la più microscopica.
Da approfondire un’ipotesi, per ora solo suggestiva: se su Marte un tempo ci fu vita, l'impatto di un asteroide potrebbe aver provocato la diffusione nello spazio di rocce marziane, contenenti microrganismi, che poi sono arrivate fino a noi. Ma potrebbe anche essere avvenuto l'opposto, o che la vita si sia generata in entrambi i pianeti separatamente.
Il Pianeta Rosso oggi è freddo e asciutto, con una sottile atmosfera di biossido di carbonio; non ci sono fiumi, mari o laghi. Ma, in passato, l’aspetto di Marte era probabilmente molto diverso e non si esclude la presenza dell’acqua e di alcune forme di vita.
Lo studio condotto dalla sonda Opportunity sulla superficie del Pianeta Rosso ha infatti rivelato l'esistenza di solfati e di altri minerali che si formano in presenza di acqua. E allora, forse, potevano anche svilupparsi organismi viventi.
Le scanalature che collegano rilievi e depressioni del suolo marziano, veri e propri canyon, hanno convinto la maggior parte degli scienziati che l'acqua abbia eroso a lungo il territorio prima di scomparire, almeno in forma liquida. Sul Pianeta Rosso, in effetti, entrambe le calotte polari sono formate da ghiaccio.
In quarant’anni, dalla prima missione ad oggi, sono state inviate a terra “cartoline marziane” sempre più definite. Immagini stupefacenti, tridimensionali e colorate, puntualmente pubblicate sul sito della Nasa.
lunedì, febbraio 18, 2008
Gossip d’epoca tra scandali e delitti
Testo e foto in www.marellagiovannelli.com (sez. Marella Giovannelli)
Scandali giudiziari, di Corte e di cortili hanno sempre suscitato curiosità, più o meno morbosa, ma diffusa e resistente ai tempi e alle mode che cambiano. Un interessante viaggio a ritroso nel gossip d’epoca ha ispirato la brillante opinionista e storica Eugenia Tognotti che ha scritto questo articolo, pubblicato sulla Nuova Sardegna di oggi:
“Ha fatto notizia nei giorni scorsi la folla accampata fin dalle prime ore del mattino davanti al tribunale di Como per seguire il processo per i fatti di Erba. Ma, davvero, si tratta di un fenomeno morboso, proprio di un tempo in cui il gossip (vedi la love story tra Sarkozy e Carla Bruni) sta conquistando anche i quotidiani più paludati e autorevoli? Non proprio. Fatti di sangue, scandali pubblici, love stories, adulteri, intrighi, vizi privati di potenti - insomma tutto il materiale che riempie oggi le pagine dei giornali - era consumato con la stessa avidità nell’Inghilterra nel XVIII secolo, per esempio, e non solo nella ristretta cerchia degli “alfabetizzati” e nel chiuso delle case. A sostenerlo i risultati di una ponderosa tesi di dottorato di una ricercatrice dell’Università di Leeds, Jenny Skipps.
In tre anni ha catalogato i testi prodotti al tempo, stimolati dalle storie pruriginose di personaggi famosi, politici, aristocratici, commediografi, attrici, e, occasionalmente, i sovrani, le cui vite erano seguite con inesauribile curiosità. Mogli e amanti, celebrate e/o derise, rappresentavano quello che sono ai nostri giorni le Wags, cioè le mogli e le fidanzate dei calciatori, da Victoria Beckham a Coleen McLoughlin. Insomma, i lettori degli antenati dei tabloid erano affascinati dalle figure pubbliche come avviene oggi, “soprattutto quando avevano scheletri nell’armadio”.
Difficile darle torto e di certo il fenomeno non conosce limitazioni nello spazio e nel tempo. In Italia, epigrammi, satire, ballate popolari, poesie, Diari di eruditi, lettere di ambasciatori, persino resoconti medici, rivelano la curiosità che, tra XV e XVI secolo, circondava, per dire, una dama di rango come Lucrezia Borgia, figlia naturale del papa Alessandro VI, di cui sono note le tenebrose relazioni e le malefiche arti del veneficio, le gravidanze nascoste, ma anche le toilettes e le acconciature. Il porno-gossip si esercitava soprattutto sulle cortigiane - una particolare categoria di “donne perdute”, assurta ad una posizione superiore grazie a doti di bellezza e intelligenza. Animatrici di feste e banchetti, intrattenevano relazioni con uomini di potere, cui dovevano un principesco tenore di vita. In viaggio a Roma, Montagne lamenta che si facevano pagare una semplice conversazione come una “negociation entière”. Ragazze-immagine- si potrebbe dire, cui i potenti del tempo ricorrevano per conquistare favori e stabilire alleanze. Lo fece Ludovico il Moro nel 1495, quando il giovane re di Francia, Carlo VIII, calò in Italia con propositi bellicosi. Durante una sua sosta ad Asti, andò a trovarlo, con un largo seguito di belle cortigiane milanesi. Con “alchune” di quelle «formosissime matrone» - scrivono diversi cronisti - «pigliò amoroso piacere». Una cosa - Commenterà a fine Ottocento il medico Alfonso Corradi nei suoi Annali delle epidemie, che dimostra il degrado dei costumi di «quel secolo sì corrotto, che un principe non aveva vergogna di essere ruffiano». In Italia, la barriera rappresentata dall’analfabetismo comincia a cadere tra ‘800 e ‘900 e masse crescenti di lettori curiosi s’interessano alle vite e agli amori dei divini mondani, come Gabriele D’Annunzio. Una domanda cui i giornali non mancano di rispondere. Nel settembre del 1905, il “Corriere della Sera” arriva a pubblicare la notizia che il poeta si era addormentato nel treno che lo portava in Svizzera dove intendeva stabilirsi per divorziare dalla moglie. Ma il materiale più eccitante è offerto dalle cronache giudiziarie. Gli «scheletri» che fanno venire alla luce offrono, nel primo Novecento, il materiale più torbido eccitante che si possa immaginare: due scandali sessuali che intrecciano sangue e sesso, lotta politica e ideologia.
Il primo - in ambienti alto borghesi - è scatenato dal ritrovamento, Il 2 settembre del 1902, del cadavere del conte Francesco Bonmartini, marito separato di Linda Murri, figlia del più grande clinico del tempo, Augusto Murri, titolare della cattedra di Clinica Medica all’Università di Bologna e rappresentante di spicco dei socialisti. Le indagini riservano un colpo di scena dietro l’altro. Il primo è dato da una lettera del professor Murri con la notizia che ad uccidere era stato il figlio Tullio, per legittima difesa. In seguito la stessa Linda è accusata di essere la mandante, aiutata dal suo amante Carlo Secchi, noto otorinolaringoiatra, allievo del padre, da un medico suo amico e da una cameriera amante di Tullio. Voci e pettegolezzi sono ripresi e divulgati dai giornali in Italia e all’estero: si parla perfino di un rapporto incestuoso tra fratello e sorella. Una colata di fango sommerge l’incolpevole professor Murri. Sulla torbida vicenda si gettano i giornali conservatori, in polemica con quelli socialisti, per sottolineare i presunti danni dell’educazione materialista ed atea. Il Corriere della Sera, la Stampa, Il Momento, l’Avvenire d’Italia, il Resto del Carlino - che triplicano le loro tirature - dedicano pagine su pagine a quel processo che - come ha scritto Renzo Renzi nel suo libro “Il processo Murri” - «fu un grande fatto spettacolare: un autentico “théatre verité” si potrebbe dire, fondato sopra una storia vera, col suo delitto conclusivo, dove il pubblico cercò di capire la società in cui viveva, scorgendone il volto dietro certe facciate, con un’immediatezza che andava al passo con le ricostruzioni di una tragedia greca o elisabettiana». Pochi anni dopo, la cronaca giudiziaria offre nuovo eccitante materiale, svelando in Corte d’Assise i vizi e gli scandali di alcuni dei più nobili e influenti nomi dell’aristocrazia italiana. Alla sbarra il tenente di cavalleria e barone palermitano, tenente Vincenzo Paternò, che il 2 marzo 1911 aveva ucciso in un modesto albergo romano la sua amante, la contessa Giulia Trigona di Sant’Elia, 29 anni, moglie del conte Romualdo, già sindaco di Palermo, dama di corte della regina Elena.
Il tentativo di suicidarsi era andato a vuoto. Agli inservienti dell’albergo, subito accorsi, si presentò un’orribile scena: sul letto imbrattato di sangue giaceva il corpo senza vita della contessa, poco più in là c’era il suo amante col viso sfigurato. La rivoltella era sul pavimento. Le lettere vibranti di passione - più di cento - che questi doveva restituire erano sparse ovunque e alcune contenevano notizie delicatissime che riguardavano la casa reale. L’epistolario passerà, infatti, subito dalle mani della polizia a quelle di Giovanni Giolitti, ministro degli Interni e presidente del Consiglio. Uno scandalo di immense proporzioni che travolse una delle più nobili casate siciliane. Testimonianze, reperti, rapporti medici, riportate dagli inviati di tutti i giornali del tempo, alimentano un voyeurismo più esasperato. Nessun particolare della tormentata e infuocata relazione extraconiugale - compresi i più intimi - resta in ombra: dal rapporto sessuale prima del delitto, alla sifilide di Paternò all’aborto della vittima. Perfino le sue lettere sono lette in aula e pubblicate dai giornali. Tempo che vai, gossip che trovi.”
di Eugenia Tognotti
Scandali giudiziari, di Corte e di cortili hanno sempre suscitato curiosità, più o meno morbosa, ma diffusa e resistente ai tempi e alle mode che cambiano. Un interessante viaggio a ritroso nel gossip d’epoca ha ispirato la brillante opinionista e storica Eugenia Tognotti che ha scritto questo articolo, pubblicato sulla Nuova Sardegna di oggi:
“Ha fatto notizia nei giorni scorsi la folla accampata fin dalle prime ore del mattino davanti al tribunale di Como per seguire il processo per i fatti di Erba. Ma, davvero, si tratta di un fenomeno morboso, proprio di un tempo in cui il gossip (vedi la love story tra Sarkozy e Carla Bruni) sta conquistando anche i quotidiani più paludati e autorevoli? Non proprio. Fatti di sangue, scandali pubblici, love stories, adulteri, intrighi, vizi privati di potenti - insomma tutto il materiale che riempie oggi le pagine dei giornali - era consumato con la stessa avidità nell’Inghilterra nel XVIII secolo, per esempio, e non solo nella ristretta cerchia degli “alfabetizzati” e nel chiuso delle case. A sostenerlo i risultati di una ponderosa tesi di dottorato di una ricercatrice dell’Università di Leeds, Jenny Skipps.
In tre anni ha catalogato i testi prodotti al tempo, stimolati dalle storie pruriginose di personaggi famosi, politici, aristocratici, commediografi, attrici, e, occasionalmente, i sovrani, le cui vite erano seguite con inesauribile curiosità. Mogli e amanti, celebrate e/o derise, rappresentavano quello che sono ai nostri giorni le Wags, cioè le mogli e le fidanzate dei calciatori, da Victoria Beckham a Coleen McLoughlin. Insomma, i lettori degli antenati dei tabloid erano affascinati dalle figure pubbliche come avviene oggi, “soprattutto quando avevano scheletri nell’armadio”.
Difficile darle torto e di certo il fenomeno non conosce limitazioni nello spazio e nel tempo. In Italia, epigrammi, satire, ballate popolari, poesie, Diari di eruditi, lettere di ambasciatori, persino resoconti medici, rivelano la curiosità che, tra XV e XVI secolo, circondava, per dire, una dama di rango come Lucrezia Borgia, figlia naturale del papa Alessandro VI, di cui sono note le tenebrose relazioni e le malefiche arti del veneficio, le gravidanze nascoste, ma anche le toilettes e le acconciature. Il porno-gossip si esercitava soprattutto sulle cortigiane - una particolare categoria di “donne perdute”, assurta ad una posizione superiore grazie a doti di bellezza e intelligenza. Animatrici di feste e banchetti, intrattenevano relazioni con uomini di potere, cui dovevano un principesco tenore di vita. In viaggio a Roma, Montagne lamenta che si facevano pagare una semplice conversazione come una “negociation entière”. Ragazze-immagine- si potrebbe dire, cui i potenti del tempo ricorrevano per conquistare favori e stabilire alleanze. Lo fece Ludovico il Moro nel 1495, quando il giovane re di Francia, Carlo VIII, calò in Italia con propositi bellicosi. Durante una sua sosta ad Asti, andò a trovarlo, con un largo seguito di belle cortigiane milanesi. Con “alchune” di quelle «formosissime matrone» - scrivono diversi cronisti - «pigliò amoroso piacere». Una cosa - Commenterà a fine Ottocento il medico Alfonso Corradi nei suoi Annali delle epidemie, che dimostra il degrado dei costumi di «quel secolo sì corrotto, che un principe non aveva vergogna di essere ruffiano». In Italia, la barriera rappresentata dall’analfabetismo comincia a cadere tra ‘800 e ‘900 e masse crescenti di lettori curiosi s’interessano alle vite e agli amori dei divini mondani, come Gabriele D’Annunzio. Una domanda cui i giornali non mancano di rispondere. Nel settembre del 1905, il “Corriere della Sera” arriva a pubblicare la notizia che il poeta si era addormentato nel treno che lo portava in Svizzera dove intendeva stabilirsi per divorziare dalla moglie. Ma il materiale più eccitante è offerto dalle cronache giudiziarie. Gli «scheletri» che fanno venire alla luce offrono, nel primo Novecento, il materiale più torbido eccitante che si possa immaginare: due scandali sessuali che intrecciano sangue e sesso, lotta politica e ideologia.
Il primo - in ambienti alto borghesi - è scatenato dal ritrovamento, Il 2 settembre del 1902, del cadavere del conte Francesco Bonmartini, marito separato di Linda Murri, figlia del più grande clinico del tempo, Augusto Murri, titolare della cattedra di Clinica Medica all’Università di Bologna e rappresentante di spicco dei socialisti. Le indagini riservano un colpo di scena dietro l’altro. Il primo è dato da una lettera del professor Murri con la notizia che ad uccidere era stato il figlio Tullio, per legittima difesa. In seguito la stessa Linda è accusata di essere la mandante, aiutata dal suo amante Carlo Secchi, noto otorinolaringoiatra, allievo del padre, da un medico suo amico e da una cameriera amante di Tullio. Voci e pettegolezzi sono ripresi e divulgati dai giornali in Italia e all’estero: si parla perfino di un rapporto incestuoso tra fratello e sorella. Una colata di fango sommerge l’incolpevole professor Murri. Sulla torbida vicenda si gettano i giornali conservatori, in polemica con quelli socialisti, per sottolineare i presunti danni dell’educazione materialista ed atea. Il Corriere della Sera, la Stampa, Il Momento, l’Avvenire d’Italia, il Resto del Carlino - che triplicano le loro tirature - dedicano pagine su pagine a quel processo che - come ha scritto Renzo Renzi nel suo libro “Il processo Murri” - «fu un grande fatto spettacolare: un autentico “théatre verité” si potrebbe dire, fondato sopra una storia vera, col suo delitto conclusivo, dove il pubblico cercò di capire la società in cui viveva, scorgendone il volto dietro certe facciate, con un’immediatezza che andava al passo con le ricostruzioni di una tragedia greca o elisabettiana». Pochi anni dopo, la cronaca giudiziaria offre nuovo eccitante materiale, svelando in Corte d’Assise i vizi e gli scandali di alcuni dei più nobili e influenti nomi dell’aristocrazia italiana. Alla sbarra il tenente di cavalleria e barone palermitano, tenente Vincenzo Paternò, che il 2 marzo 1911 aveva ucciso in un modesto albergo romano la sua amante, la contessa Giulia Trigona di Sant’Elia, 29 anni, moglie del conte Romualdo, già sindaco di Palermo, dama di corte della regina Elena.
Il tentativo di suicidarsi era andato a vuoto. Agli inservienti dell’albergo, subito accorsi, si presentò un’orribile scena: sul letto imbrattato di sangue giaceva il corpo senza vita della contessa, poco più in là c’era il suo amante col viso sfigurato. La rivoltella era sul pavimento. Le lettere vibranti di passione - più di cento - che questi doveva restituire erano sparse ovunque e alcune contenevano notizie delicatissime che riguardavano la casa reale. L’epistolario passerà, infatti, subito dalle mani della polizia a quelle di Giovanni Giolitti, ministro degli Interni e presidente del Consiglio. Uno scandalo di immense proporzioni che travolse una delle più nobili casate siciliane. Testimonianze, reperti, rapporti medici, riportate dagli inviati di tutti i giornali del tempo, alimentano un voyeurismo più esasperato. Nessun particolare della tormentata e infuocata relazione extraconiugale - compresi i più intimi - resta in ombra: dal rapporto sessuale prima del delitto, alla sifilide di Paternò all’aborto della vittima. Perfino le sue lettere sono lette in aula e pubblicate dai giornali. Tempo che vai, gossip che trovi.”
di Eugenia Tognotti
domenica, febbraio 17, 2008
La resurrezione dell’Armata Nuragica di Monte Prama finisce in Rete
Testo e foto in www.marellagiovannelli.com (sez.Mara Malda)
La resurrezione dei Giganti di pietra del Sinis può essere seguita anche on line collegandosi al sito www.monteprama.it/. Cinquemila frammenti saranno assemblati da un team di sedici specialisti che, nel giro di un anno, dovranno restaurare l’esercito di colossi, alti più di due metri, scoperto tra gli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, in Sardegna, sul Monte Prama.
Parliamo di 10 tonnellate di materiale, composto da 15 teste, 29 busti, 223 braccia, 200 gambe, 90 piedi, 770 frammenti di scudi, 440 parti di modellini di nuraghe, più una miriade di frammenti non classificabili. Le sculture, di dimensioni monumentali, risalenti all’epoca nuragica, raffigurano arcieri, pugilatori, guerrieri e riproduzioni di torri nuragiche. Tutte le statue appaiono in posizione eretta e superano i due metri di altezza. Oltre alla statura, colpiscono i grandi occhi rappresentati con due cerchi concentrici, la fronte molto prominente che scende su un naso stilizzato e pronunciato e l’abbigliamento che identifica in modo inequivocabile le tipologie degli arcieri e dei pugilatori. Ieri, nel Museo Civico di Cabras, è stato presentato il progetto di recupero delle sculture, finanziato dal Cipe con un milione e 200mila euro.
Per le operazioni di restauro è stato attivato un “cantiere aperto”, nel Centro di conservazione delle soprintendenze archeologiche di Li Punti (Sassari). Meglio tardi che mai, considerato l’assai poco edificante “parcheggio” dei cinquemila frammenti sigillati in duecento casse, rimaste per trent’anni negli scantinati del museo archeologico di Cagliari. Il ritrovamento delle sculture di Monte Prama è legato a un episodio casuale. Tutto cominciò nel marzo del 1974, quando Sisinnio Poddi, un contadino che arava la terra su una collina dell'oristanese, vide affiorare una testa, un busto e un braccio che impugnava un arco.
Gli scavi, iniziati solo quattro anni più tardi, portano alla luce un patrimonio inestimabile e, proprio per questo, forse troppo complicato da gestire. Solo una testa e un braccio vengono esposti in una teca senza didascalia mentre tutti gli altri brandelli in pietra dei misteriosi giganti nuragici restano per un trentennio nel magazzino del museo archeologico di Cagliari. Un tesoro più che nascosto, impastoiato in un assurdo mix di burocrazia, invidie, incuria e diatribe accademiche tanto sterili quanto miopi. Nel 2005, grazie anche alla battaglia condotta dal sindaco di Cabras, Efisio Trincas, viene finalmente portata al centro di restauro, quel che resta dell’Armata Nuragica di Monte Prama che ha preceduto i Greci, i Fenici e gli Etruschi.
Ora è ufficialmente iniziato l’archeo-puzzle che potrebbe consegnare alla Storia la prova definitiva della grandezza e della completezza della civiltà Nuragica. Nell’attesa, collegandosi con www.monteprama.it/, è possibile seguire con relazioni tecniche, immagini e filmati, i progressi del restauro.
La resurrezione dei Giganti di pietra del Sinis può essere seguita anche on line collegandosi al sito www.monteprama.it/. Cinquemila frammenti saranno assemblati da un team di sedici specialisti che, nel giro di un anno, dovranno restaurare l’esercito di colossi, alti più di due metri, scoperto tra gli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, in Sardegna, sul Monte Prama.
Parliamo di 10 tonnellate di materiale, composto da 15 teste, 29 busti, 223 braccia, 200 gambe, 90 piedi, 770 frammenti di scudi, 440 parti di modellini di nuraghe, più una miriade di frammenti non classificabili. Le sculture, di dimensioni monumentali, risalenti all’epoca nuragica, raffigurano arcieri, pugilatori, guerrieri e riproduzioni di torri nuragiche. Tutte le statue appaiono in posizione eretta e superano i due metri di altezza. Oltre alla statura, colpiscono i grandi occhi rappresentati con due cerchi concentrici, la fronte molto prominente che scende su un naso stilizzato e pronunciato e l’abbigliamento che identifica in modo inequivocabile le tipologie degli arcieri e dei pugilatori. Ieri, nel Museo Civico di Cabras, è stato presentato il progetto di recupero delle sculture, finanziato dal Cipe con un milione e 200mila euro.
Per le operazioni di restauro è stato attivato un “cantiere aperto”, nel Centro di conservazione delle soprintendenze archeologiche di Li Punti (Sassari). Meglio tardi che mai, considerato l’assai poco edificante “parcheggio” dei cinquemila frammenti sigillati in duecento casse, rimaste per trent’anni negli scantinati del museo archeologico di Cagliari. Il ritrovamento delle sculture di Monte Prama è legato a un episodio casuale. Tutto cominciò nel marzo del 1974, quando Sisinnio Poddi, un contadino che arava la terra su una collina dell'oristanese, vide affiorare una testa, un busto e un braccio che impugnava un arco.
Gli scavi, iniziati solo quattro anni più tardi, portano alla luce un patrimonio inestimabile e, proprio per questo, forse troppo complicato da gestire. Solo una testa e un braccio vengono esposti in una teca senza didascalia mentre tutti gli altri brandelli in pietra dei misteriosi giganti nuragici restano per un trentennio nel magazzino del museo archeologico di Cagliari. Un tesoro più che nascosto, impastoiato in un assurdo mix di burocrazia, invidie, incuria e diatribe accademiche tanto sterili quanto miopi. Nel 2005, grazie anche alla battaglia condotta dal sindaco di Cabras, Efisio Trincas, viene finalmente portata al centro di restauro, quel che resta dell’Armata Nuragica di Monte Prama che ha preceduto i Greci, i Fenici e gli Etruschi.
Ora è ufficialmente iniziato l’archeo-puzzle che potrebbe consegnare alla Storia la prova definitiva della grandezza e della completezza della civiltà Nuragica. Nell’attesa, collegandosi con www.monteprama.it/, è possibile seguire con relazioni tecniche, immagini e filmati, i progressi del restauro.
giovedì, febbraio 14, 2008
Sorutasse bocciate: il clamore di oggi, le polemiche di ieri
Testo e foto in www.marellagiovannelli.com
Grande e prevedibile scalpore ha suscitato la sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato illegittime le tasse sulle seconde case dei non sardi e sui guadagni legati alla compravendita degli immobili.
La bocciatura della Consulta è stata preceduta da una mare di polemiche. Nel mio articolo "Da Terra Madre a Isola Matrigna", pubblicato in questo sito il 1° giugno 2006, avevo scritto che i Soru-balzelli "puzzano di taglieggiamento e vessazione. Sono la negazione dell’accoglienza e la mortificazione dell’ospitalità".
Lo scorso giugno, per la Gazzetta di Porto Rotondo, avevo realizzato questo servizio, intitolato un "Coro di no":
“Pagare solo perché non si è sardi è demenziale. Queste tasse uccidono la Sardegna ho paura che assisteremo a un forte calo delle presenze”. Questa è l’opinione di Luigi Donà dalle Rose, sui contestati balzelli imposti dal Governatore Soru. Le tasse sul lusso sono definite “una follia” dal pubblicitario Gavino Sanna che, da creativo di razza, articola, con amara ironia, la sua opinione: “Tutto questo tassare mina l’immagine di una Sardegna che è diventata un po’ una vecchia zitella e si sta prendendo rivincite non si sa su chi e su che cosa. È una roba che sfiora il ridicolo, però è ammantata di nobili valori. Francamente mi trovo in grande imbarazzo e mi spiace che si parli così della mia terra. Noi sardi che siamo lontani abbiamo la sensazione che si stia trasformando in una mamma che non ti vuole più bene. Questa storia che il ricco è diverso, che bisogna punirlo a me sembra tremenda perfino da raccontare”.
Dello stesso avviso è Giacomo Agostini, quindici volte campione del mondo di motociclismo. Anche per lui “non è giusto fare delle differenze fra sardi e continentali, perché se vado a Sanremo o a Capri nessuno mi chiede di pagare. L’Italia è una sola”. Ancora più duro è l’attacco alle Sorutasse, sferrato da Lilli Carraro, assidua di Porto Rotondo. “Tutti noi che arriviamo dalla penisola -dice- garantiamo un indotto importante, perché paghiamo la quota del Consorzio ma anche giardinieri, custodi, i biglietti delle navi e degli aerei. Queste tasse sono un disincentivo per il turismo. La Sardegna non è frequentata solo da arabi, americani, russi e libanesi miliardari ma, soprattutto, da italiani che, salvo eccezioni, hanno fatto i soldi onestamente, lavorando, creando posti di lavoro e pagando le tasse. Pochi hanno il villone; molti hanno appartamenti, grandi, medi ma anche piccolissimi. In effetti per tenere - e mantenere - una casa in Sardegna ci vogliono molta passione e sempre più soldi”.
La giornalista sportiva Paola Ferrari De Benedetti, già lo scorso anno, in disaccordo con le tasse sul lusso, non è venuta in Sardegna come era abituata a fare. Si dichiara delusa e non dimentica di ricordare “quelle persone che faticosamente hanno realizzato il loro sogno, una casetta in Sardegna, e pagano faticosamente il mutuo”.
Balzelli firmati Soru da bocciare anche per l’architetto Gianni Gamondi che vede “parecchia demagogia e poco costrutto in queste tasse impopolari, negative e platealmente politiche”. Per gli operatori locali “le tasse sul lusso penalizzano tutta l’economia di Porto Rotondo”.
Parlano di “un allarmante calo nelle presenze turistiche e di stallo nelle trattative immobiliari a causa della normativa sulle plusvalenze.” La titolare di un’avviata agenzia è profondamente a disagio perché “moltissimi clienti si sentono offesi e discriminati; non ne fanno una questione di soldi ma di principio”. L’assemblea del Consorzio di Porto Rotondo, riunita il 1° giugno scorso, ha redatto una mozione d’ordine nella quale si invita lo stesso Consorzio a rivolgersi al Presidente della Repubblica, al presidente del Consiglio e al Parlamento europeo, per richiedere l’abrogazione della legge in questione. Intanto, si diffonde anche via Internet la rivolta contro le “tasse sul lusso” e, in alcuni siti, è stato addirittura sollecitato il boicottaggio dei prodotti eno-gastronomici sardi e della Sardegna quale meta delle vacanze estive. Telefono Blu, da parte sua, ha confermato l’impegno delle proprie strutture legali per l’assistenza a quanti vorranno fare ricorso contro il pagamento delle tasse sul lusso. È opinione comune che il gioco (rischioso per l’immagine della Sardegna) non valga la candela intesa come introito dei vituperati balzelli. Le tasse sul lusso rappresentano, per molta gente interpellata a Porto Rotondo, un segnale chiaro, un voler chiudere la Sardegna ai turisti ed una visione politica miope che danneggerà seriamente tutti i sardi, senza alcuna distinzione".
Grande e prevedibile scalpore ha suscitato la sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato illegittime le tasse sulle seconde case dei non sardi e sui guadagni legati alla compravendita degli immobili.
La bocciatura della Consulta è stata preceduta da una mare di polemiche. Nel mio articolo "Da Terra Madre a Isola Matrigna", pubblicato in questo sito il 1° giugno 2006, avevo scritto che i Soru-balzelli "puzzano di taglieggiamento e vessazione. Sono la negazione dell’accoglienza e la mortificazione dell’ospitalità".
Lo scorso giugno, per la Gazzetta di Porto Rotondo, avevo realizzato questo servizio, intitolato un "Coro di no":
“Pagare solo perché non si è sardi è demenziale. Queste tasse uccidono la Sardegna ho paura che assisteremo a un forte calo delle presenze”. Questa è l’opinione di Luigi Donà dalle Rose, sui contestati balzelli imposti dal Governatore Soru. Le tasse sul lusso sono definite “una follia” dal pubblicitario Gavino Sanna che, da creativo di razza, articola, con amara ironia, la sua opinione: “Tutto questo tassare mina l’immagine di una Sardegna che è diventata un po’ una vecchia zitella e si sta prendendo rivincite non si sa su chi e su che cosa. È una roba che sfiora il ridicolo, però è ammantata di nobili valori. Francamente mi trovo in grande imbarazzo e mi spiace che si parli così della mia terra. Noi sardi che siamo lontani abbiamo la sensazione che si stia trasformando in una mamma che non ti vuole più bene. Questa storia che il ricco è diverso, che bisogna punirlo a me sembra tremenda perfino da raccontare”.
Dello stesso avviso è Giacomo Agostini, quindici volte campione del mondo di motociclismo. Anche per lui “non è giusto fare delle differenze fra sardi e continentali, perché se vado a Sanremo o a Capri nessuno mi chiede di pagare. L’Italia è una sola”. Ancora più duro è l’attacco alle Sorutasse, sferrato da Lilli Carraro, assidua di Porto Rotondo. “Tutti noi che arriviamo dalla penisola -dice- garantiamo un indotto importante, perché paghiamo la quota del Consorzio ma anche giardinieri, custodi, i biglietti delle navi e degli aerei. Queste tasse sono un disincentivo per il turismo. La Sardegna non è frequentata solo da arabi, americani, russi e libanesi miliardari ma, soprattutto, da italiani che, salvo eccezioni, hanno fatto i soldi onestamente, lavorando, creando posti di lavoro e pagando le tasse. Pochi hanno il villone; molti hanno appartamenti, grandi, medi ma anche piccolissimi. In effetti per tenere - e mantenere - una casa in Sardegna ci vogliono molta passione e sempre più soldi”.
La giornalista sportiva Paola Ferrari De Benedetti, già lo scorso anno, in disaccordo con le tasse sul lusso, non è venuta in Sardegna come era abituata a fare. Si dichiara delusa e non dimentica di ricordare “quelle persone che faticosamente hanno realizzato il loro sogno, una casetta in Sardegna, e pagano faticosamente il mutuo”.
Balzelli firmati Soru da bocciare anche per l’architetto Gianni Gamondi che vede “parecchia demagogia e poco costrutto in queste tasse impopolari, negative e platealmente politiche”. Per gli operatori locali “le tasse sul lusso penalizzano tutta l’economia di Porto Rotondo”.
Parlano di “un allarmante calo nelle presenze turistiche e di stallo nelle trattative immobiliari a causa della normativa sulle plusvalenze.” La titolare di un’avviata agenzia è profondamente a disagio perché “moltissimi clienti si sentono offesi e discriminati; non ne fanno una questione di soldi ma di principio”. L’assemblea del Consorzio di Porto Rotondo, riunita il 1° giugno scorso, ha redatto una mozione d’ordine nella quale si invita lo stesso Consorzio a rivolgersi al Presidente della Repubblica, al presidente del Consiglio e al Parlamento europeo, per richiedere l’abrogazione della legge in questione. Intanto, si diffonde anche via Internet la rivolta contro le “tasse sul lusso” e, in alcuni siti, è stato addirittura sollecitato il boicottaggio dei prodotti eno-gastronomici sardi e della Sardegna quale meta delle vacanze estive. Telefono Blu, da parte sua, ha confermato l’impegno delle proprie strutture legali per l’assistenza a quanti vorranno fare ricorso contro il pagamento delle tasse sul lusso. È opinione comune che il gioco (rischioso per l’immagine della Sardegna) non valga la candela intesa come introito dei vituperati balzelli. Le tasse sul lusso rappresentano, per molta gente interpellata a Porto Rotondo, un segnale chiaro, un voler chiudere la Sardegna ai turisti ed una visione politica miope che danneggerà seriamente tutti i sardi, senza alcuna distinzione".
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